Appunti su un nuovo modello di agricoltura in Sardegna

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di Dafni Ruscetta

Tra le tante singolarità a cui stiamo assistendo da tempo, di cui poco si parla, una in particolare mi irrita: in Sardegna continuiamo ad alimentarci con quasi l’80% dei prodotti di importazione. Questo non solo è illogico, ma anche un’offesa per una regione che ha una delle densità più basse di popolazione, un’elevata estensione di terreni coltivabili, una fortissima – e ancora viva – tradizione agricola e di pastorizia, nonché un clima assolutamente favorevole a quasi ogni tipo di coltura. Riportare nella nostra terra l’agricoltura, la capacità di produrre cibo anche per la propria sussistenza – ciò che ultimamente va di moda chiamare ‘sovranità alimentare‘ – al centro di un microcosmo economico e sociale, darebbe la possibilità a molti giovani (e non solo) di riappropriarsi di risorse materiali, culturali e persino antropologiche, dipingendo così un nuovo orizzonte di prospettive per il futuro dell’Isola. Ovviamente tutto ciò inteso in un’ottica più ampia di ‘rete’, di interscambio continuo e di solidarietà con altri settori affini (allevamento, pesca, artigianato e turismo).

In questi ultimi anni, in diverse parti dell’Europa e del nostro Paese sono state avanzate diverse proposte per la definizione di un modello sostenibile di sviluppo agricolo. Sarebbe pertanto essenziale incentivare ulteriormente e potenziare i metodi di produzione biologica, dando la priorità alle aziende condotte da giovani e da donne, il cui reddito possa derivare principalmente dall’agricoltura. Senza dimenticare, inoltre, che una rivalorizzazione delle attività agricole favorirebbe anche un maggiore e più puntuale presidio del paesaggio rurale, per una corretta e sostenibile gestione del territorio.

Il mezzo principale per raggiungere tali obiettivi è l’agricoltura locale, incentrata sulla qualità dei prodotti anzitutto, ma anche sull’incentivazione dell’impresa agricola giovanile, partendo dal territorio come laboratorio di ripresa economica e tornando a rivalutare le risorse già presenti.

In quest’ottica bene si inserisce il dibattito degli ultimi anni sulla ‘decrescita’, termine che fa spesso inorridire gli economisti (sebbene molti tra questi, in realtà, ne condividano i principi), ma che non vuol dire affatto desiderare la recessione economica. Tutto ciò ha a semmai che fare con nuovi stili di vita, abbracciando peraltro varie sfere del vivere quotidiano di ogni cittadino: dall’ambiente all’economia, dall’energia all’agricoltura, dagli scambi alle relazioni sociali etc. Solo a titolo esemplificativo, ciò si traduce in:riduzione degli sprechi, opposizione al degrado dell’aria, del cibo, delle acque, del clima e della salute…Favorire i luoghi di scambio e condivisione comuni, in cui trasmettere e scambiare empatia, solidarietà, mutuo soccorso, informazione, trasmettere il saper fare…prendere coscienza che la riduzione ed una ottimizzazione dei consumi è imprescindibile nella direzione di una società più equa e sostenibile”1.

E un simile cambiamento può partire proprio dalla Sardegna, perché qui ci sono le basi storiche e culturali di quello che molti di noi auspicano per il nostro futuro e per quello dei nostri figli.La vocazione della Sardegna, la sua storia, è sempre stata storia di comunitarismo, di solidarietà (molti di voi ricorderanno le pratiche di “s’ajudu torrau” o “sa paradura”), di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi.

Nella delicata fase di passaggio dall’abbondanza alla scarsità di alimenti, sarebbe cosa saggia se i decisori, pubblici o privati, prestassero una maggiore attenzione alle produzioni di qualità, alle produzioni locali e biologiche, ma anche a un ragionevole equilibrio tra sostenibilità ambientale ed economica, in modo da assicurare l’indispensabile interesse degli operatori ad impegnarsi per conseguire un tale obiettivo.

In particolare sarebbe auspicabile che:

  • un sistema di auto-produzione più capillare fosse sostenuto da politiche a livello regionale, attraverso incentivazioni e grazie a un’opera di sensibilizzazione che riporti il mondo contadino e agro-pastorale al centro di un sistema non solo economico ma anche sociale – e culturale aggiungo – di scambi col territorio

  • i produttori agricoli e di agroalimentari, cioè le aziende, dovrebbero finalmente riuscire a organizzarsi in sistemi di imprese, meglio raccordati con i mercati, capaci di attuare una più corretta e funzionale programmazione della produzione, superando assetti non adeguati ai tempi e alla concorrenza;

  • le autorità competenti dovrebbero accelerare la semplificazione del quadro normativo, che incide pesantemente sulla gestione delle aziende private ma anche su quella delle amministrazioni pubbliche, in modo da allineare tali attività con quelle della concorrenza;

  • sarebbe opportuno affrontare gli annosi problemi degli squilibrati e inadeguati prezzi pagati alla produzione agricola, rispetto a quelli spuntati dalla trasformazione e dalla fase commerciale (grande distribuzione), condannando la fondamentale funzione della produzione delle materie prime agricole ad un ruolo subalterno;

  • le denominazioni delle produzioni del territorio – con un vero e proprio ‘marchio‘ sardo – dovrebbero fungere da premesse per riorganizzare e rilanciare le attività, ove possibile, superando localismi esasperati, che sono stati alla base di una frammentazione delle produzioni e della difficoltà di proiezione delle medesime nei mercati di maggiore interesse; alcuni dei prodotti sardi, pur essendo apprezzati in tutto il mondo, spesso non sono riconosciuti come provenienti dal nostro territorio.

  • E’ inoltre necessario, mantenendo una adeguata attenzione ai punti critici delle innovazioni tecnico-scientifiche in materia agricola, fare in modo che i rientri economici delle società (per lo più multinazionali) che gestiscono tali innovazioni siano limitati alle specifiche azioni innovative realizzate dalle stesse, evitando continui e possibili ‘scippi’ sui patrimoni genetici collettivi consolidati da tempo in Sardegna.

Nella consapevolezza che, talvolta, specifici interessi corporativi ostacolano modificazioni utili al rilancio e allo sviluppo, solo grazie una politica nuova, giovane, coraggiosa, competente e VISIONARIA sarà possibile programmare e attuare il necessario rilancio del settore agricolo e di quello agro-alimentare.

Tuttavia la questione agricola e la coesione territoriale e sociale non possono essere affrontate seriamente restando rinchiusi nei confini regionali. Un nuovo e credibile canale con Bruxelles, che non sia semplicemente la sede istituzionale e di rappresentanza della Regione Sardegna, dovrà essere istituito e fornito di tutti quegli strumenti utili a far pressione sui veri luoghi decisionali in materia.

di Dafni Ruscetta

Si ringrazia il Dr. Salvatore Spada per le utili riflessioni inviatemi a suo tempo, alcune delle quali fanno parte di questo documento.

1.Maurizio Pallante: “Meno e meglio. Decrescere per progredire”. Bruno Mondadori.


12 Comments

  1. Caro Dafni,
    Le tue considerazioni sono da me condivise in pieno.
    Le ritengo un prezioso punto di partenza,di svolta e perchè no un indirizzo di percorso che andrebbe fatto da tutti noi di Sardapatria.
    Inoltre salvaguardare il nostro territorio ed impreziosirlo senza nulla aggiungergli ma solo svelarlo nei suoi aspetti più intrinsechi è una visione lungimirante di quello che servirà da qui a non molto tempo in avanti ad adesso .
    Mentre le grandi multinazionali pensano a produrre “cose” da mangiare noi potremmo invertire la rotta e produrre qualità e genuinità .
    Il tutto poi coadiuvato da una azzeccata politica commerciale che permetta di affacciarci al resto di europa e nel mondo come una etichetta di unicità e genuinità e da una politica fiscale che ci permetta di esportare a costi di vantaggio attraverso le zone portuali a ridotta fiscalità ( zone portuali franche) porterebbe ad uno smarco nei confronti della condizione di povertá e precarietà che ci attanaglia sempre più.
    Concordo con te nel pensare che le risorse fanno già parte del nostro territorio ma penso che manchi un coordinamento delle stesse ed una voce grossa verso lo stato centralizzato.
    Penso a degli organi interni controllo della qualità che non diano spazio a chi invece della qualità ci rifili mediocrità e marciume.
    Penso anche a degli incentivi o sgravi a chi perseguiti questi importanti traguardi perchè chi lo fa opera per il bene nostro e per la nostra salute che sono alla base di ogni diritto inviolabile dell’essere umano.
    Penso ad una riqualificazione dell’intera Regione nel contesto europeo oltre che nazionale che si può ottenere solo attraverso una politica protettiva e di tutela da parte degli organi predisposti .
    In primis la regione ,le provincie i comuni tutti con una unica visione d’intenti una unica politica di salvaguardia senza mai più influenze di partito influenze di lucro o quant’altro.
    Il tutto deve necessariamente partire dal piccolo ma deve essere sorretto dal grande!!!
    Un saluto a tutti
    Luca

  2. Sono originaria di Bosa anche se vivo a Cagliari e lì già qualcuno, che per la morte del componente familiare capace e disponibile,ha dato i suoi terreni a delle comunità di ragazzi che ne hanno garantito lo sfruttamento, in cambio di parte dei prodotti appunto coltivati. D’altra parte la mezzadria è sempre esistita. Il problema è la promozione e divulgazione della filosofia che la sorregge, progetti di infusione culturale nel territorio in maniera capillare e, non ultimo, anche modalità coercitive e/o sanzionatorie per coloro che lasciano marcire i loro terreni ingordamente privileggiando la vile proprietà individuale a discapito della solidale produttività collettiva.

    • Marina condivido…la promozione e divulgazione purtroppo, come dicevo, richiedono molto tempo e a mio avviso la base di questo processo di diffusione di una nuova cultura (la chiami anche mentalità o abitudini o stili di vita se preferisce) è l’educazione ai bambini, che non solo sono il futuro della cittadinanza, ma a loro volta anche gli ‘educatori’ all’interno dei propri nuclei familiari. E in questo, soprattutto in questo, la politica ha un ruolo davvero primario.

  3. Ottima premessa, per la sovranità alimentare in Sardegna, adesso occorre eseguire una puntuale ed approfondita analisi degli enti e agenzie, istituti di controllo e ricerca presenti nella nostra isola, in modo da proporre agli elettori/cittadini una grande riforma che rivoluzioni la situazione attuale ovvero una proposta politica realizzabile nei tempi amministrativi, che fanno certo a cazzotti con i tempi biologici, ma purtroppo, questa è la realtà con la quale dobbiamo convivere

    • Salve Giancarlo. Credo che la sua riflessione sia assolutamente da condividere e da inserire nel prossimo programma, di cui una bozza è già presente e si sta completando e arricchendo di tanti contributi come il suo. La prego di intervenire nel dibattito anche con altri suggerimenti se ne ha e, soprattutto, con proposte concrete. Come vorrebbe, ad esempio, che qte riforme venissero attuate? La ringrazio per la sua preziosa collaborazione. Saluti.

  4. Diffondiamolo…è un messaggio che deve arrivare alle orecchie degli occupatori dei seggi, che si devono render consto che solo in questo modo possono continuare ad avere se non gli attuali privilegi…certo la stimka dei sardi che ora non hanno.

  5. In Sardegna continuiamo ad alimentarci con quasi l’80% dei prodotti di importazione perché anche noi vogliamo le arance grandi, tutte uguali e di colorito uniforme. E lucide splendenti.
    Se marciscono dopo due giorni (quelle sarde per prime) non fa niente.
    Un produttore di mi diceva che, se avessi visto quello che ci mettevano sopra, non ne avrei più mangiato.
    Quello che manca, a noi più degli altri, è il sale in zucca, non gli incentivi.
    Impossibile riassumere, ma prova ne sia chi mandiamo a rappresentarci.
    Amen.
    Giambattista Carta

    • Sono d’accordo con lei Giambattista…ma qui stiamo parlando di un cambiamento a livello culturale e quasi antropologico ascrivibile a quel contesto di cui parlavo relativo al cambiamento degli stili di vita, delle abitudini (ciò di cui si parla anche in tema decrescita ormai da alcuni anni…). Ma chiunque si sia avvicinato alle scienze sociali (per lavoro o per formazione) sa che stiamo parlando di un lavorìo a livello intellettuale-educativo che richiede molto tempo, molto sforzi e, soprattutto, una grande lungimiranza. Ecco perché abbiamo bisogno, come dicevo nell’articolo, di una politica giovane, competente, coraggiosa e VISIONARIA (con una visione in merito)!! Saluti e grazie per il suo contributo.

  6. La Sardegna possiede tutte le caratteristiche e le potenzialità per sovvenire ai bisogni della sua popolazione e anche di esportazione. Occorre che ; a) che si doti di un centro di raccolta e smistamento dei prodotti agricolo,pastorale vinicolo, impegnando la regione a fornire il trasporto delle medesime via nave al costo kilometrico come nel continente ; b) formare delle cooperative per sfruttare al meglio i macchinari agricoli, le informazioni delle tecniche lavorative e veterinarie, ampliare le reti idriche con bacini per l’irrigazione agricola .

    • La Sardegna non solo potrebbe essere autosufficiente dal punto di vista alimentare, ma persino ricavarne ricchezza da ciò che sarebbe in grado di esportare nel contesto agro-alimentare e pesca. Saluti.

  7. Come sarà possibile mai invertire una tendenza mondiale come quella di far viaggiare i prodotti agroalimentari affidando le sorti dei piccoli produttori alla concorrenza spietata della grande distribuzione e di lobby che proprio a Bruxelles hanno i loro burattini ? Forse dovremmo partire dal fare informazione per avere un popolo consapevole del fatto che la vera arma contro la globalizzazione del mercato sta nella sua insostenibilità e nel fatto che genera,da una parte una economia malata che va a discapito del popolo,dall’altra produce merci di qualità discutibile.Un buon inizio potrebbe essere anche la promozione di un sano boicottaggio della grande distribuzione a partire dagli attivisti del movimento…..

    • Stefano, come ho detto e scritto più volte, l’attuale organizzazione dell’economia e del potere è incompatibile con la società Sarda:
      è contro l’ambiente, contro la pace, contro la salute della gente, contro la prosperità e il benessere, contro la democrazia, contro la morale della convivenza e della solidarietà, contro gli affetti, l’educazione etc. E invece la vocazione della Sardegna, la sua storia, non è questa! E’, semmai, storia di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi e niente sprechi, niente esibizioni di sfarzo, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi. E’ da questo che dovremmo ripartire, lo ribadisco: sono queste le basi storiche e culturali da cui riprendere in mano il ns destino e quello dei ns figli. Saluti.

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