Lavoratoooriiii……!!

I_vitelloni_bisE’ di questi giorni la notizia che il Consiglio Regionale bandirà a breve un concorso per 16 dirigenti. Il costo di tali assunzioni sarà di circa un milione di euro all’anno, e graverà su un’Isola in ginocchio per la crisi economica e la povertà.

La giustificazione è che i posti sono presenti in pianta organica, sono vacanti da tempo e devono essere coperti. Per inciso, la pianta organica del Consiglio Regionale prevede ben 30 posti di referendario dirigente, ed anche questo meriterebbe una seria riflessione.

A parte la tempistica (siamo a fine legislatura e le elezioni sono imminenti), ed i costi, di cui si è detto sopra, a rendere la pillola indigeribile vi sono anche le modalità con le quali il concorso è stato pensato.

Innanzitutto, in deroga al Regolamento del Consiglio regionale, i posti riservati ai dipendenti interni non sono un terzo ma la metà.

Inoltre, i requisiti per l’ammissione, a parte la laurea, sono l’avere un’esperienza di almeno cinque anni di servizio in “carriera direttiva o equipollente” di una pubblica amministrazione. La terminologia “carriera direttiva” non è più rispondente alla realtà normativa del lavoro pubblico. La dicitura normale per i concorsi del genere è quella di avere cinque anni di servizio in una categoria per l’accesso alla quale è previsto il possesso della laurea. In altre parole, la dizione usata potrebbe indurre a ritenere che la selezione non sia aperta -come di norma ogni concorso pubblico per l’accesso alla carriera dirigenziale- semplicemente a dipendenti laureati con i canonici cinque anni di servizio nelle pubbliche amministrazioni, bensì anche a soggetti che abbiano comunque esercitato per cinque anni funzioni dirigenziali presso organismi pubblici. In alternativa al requisito dell’esperienza quinquennale, è richiesto il possesso dell’abilitazione all’esercizio di una professione o il conseguimento di un titolo post-universitario (diploma di specializzazione, diploma di dottorato di ricerca, ecc.).

Di fronte ad un concorso del genere, ci si chiede subito: “Perché e, soprattutto, per chi è stato bandito?”, sulla nota linea di pensiero andreottiana che a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina la verità.

Ce n’è sicuramente d’avanzo, dunque, per qualificare l’operazione come una pura e semplice marchetta pre-elettorale, in linea con il classico modo di agire dei partiti dell’inciucio, pardon, delle larghe intese, sia a livello nazionale sia a livello locale, che guardano alla pubblica amministrazione come ad un ammortizzatore sociale e, insieme, un serbatoio di voti facili.

In Sardegna, però, questa improvvida mossa dell’agonizzante Consiglio regionale va inquadrata in un contesto più ampio, di cui sembra costituire l’ennesimo tassello.

Si assiste infatti da tempo a fenomeni di ‘blindatura’ della classe dirigenziale regionale attraverso l’utilizzo di procedure selettive che, al di là ed a prescindere dal merito e dalle competenze, finiscono con il premiare invece la contiguità alla casta al potere.

In questo modo, si raggiunge un duplice obiettivo: perpetuare un ‘sistema’ (così i camorristi chiamano la camorra: “o’sistema”…) ed assicurare un posto al sole ai figli ed agli amici degli amici.

E’ ancora vivo il ricordo del concorso-farsa per 57 dirigenti dell’Amministrazione regionale, che, tra polemiche roventi, tracce dei temi portate da casa dal Presidente della Commissione giudicatrice, ricorsi al TAR, interpretazioni autentiche di leggi regionali ad personam fatte tre volte, portò all’assunzione di uno sparuto gruppo di soliti noti. Sulla illegittimità del concorso in questione si aspetta il pronunciamento definitivo del Consiglio di Stato nel giugno 2014.

Né il Consiglio regionale è esente da concorsi chiacchierati. Basti pensare al recente concorso bandito nel 2012, per quattro (quattro!) giornalisti professionisti -dove i nominativi dei vincitori si sussurravano, insieme con il nome del rispettivo sponsor politico, prima dello svolgimento delle prove- per il quale ha mostrato vivo interesse anche la Procura della Repubblica.

Circola poi da qualche tempo la notizia di un disegno di legge senza firmatari ufficiali per l’istituzione dell’Area Quadri e alte professionalità della Regione.

Sul punto è necessario fare un minimo di chiarezza.

Attualmente non esiste in Regione un’Area Quadri, ossia una fascia intermedia che andrebbe a collocarsi tra i funzionari ed i dirigenti. I funzionari sono ordinati in quattro categorie A, B, C e D. La categoria D è quella apicale e per accedervi dall’esterno è necessario il requisito della laurea. Per varie ragioni, è accaduto che nella categoria D, la più numerosa, siano storicamente confluiti il maggior numero di dipendenti regionali, dei quali soltanto una piccola parte in possesso del diploma di laurea. La categoria D è dunque allo stato quella più numerosa (circa 1.350 persone su poco meno di 2.900 per i dipendenti regionali, e circa 960 su 1350 per i dipendenti del Corpo forestale ), e ricomprende funzionari laureati (circa il 50% in Regione) e funzionari non laureati. Per brevità si tralascia di analizzare in questa sede la situazione degli oltre 2.000 dipendenti degli enti ed agenzie regionali.

L’idea di istituire un’Area Quadri (assimilabile alla vecchia vice-dirigenza) non è nuova, ed aveva lo scopo di incentivare e remunerare quei funzionari laureati che svolgono una serie di attività di alto rilievo professionale per l’Amministrazione regionale.

Il progetto di legge che gira in questi giorni per le stanze del Palazzo, e di cui hanno parlato varie fonti giornalistiche, recupera questa idea, ma ne distorce le finalità originarie: esso infatti non ha certo lo scopo di riconoscere la professionalità di quei funzionari laureati che hanno vinto un concorso per titoli ed esami e che lavorano da anni in Amministrazione. Il progetto di legge in questione prevede invece che di questa nuova Area Quadri, laddove venisse istituita, farà parte il personale assegnato allo staff politico del Presidente e dei vari Assessorati, ossia, per esempio, il capo di gabinetto o il capo segreteria ed il segretario particolare, cioè gente messa in quei posti -remunerati come quelli di un direttore generale o giù di lì- dalla politica, dai partiti, dalle conoscenze, insomma, e non dalla conoscenza.

In sostanza, ancora una volta, i soliti noti.

In sostanza, per l’ennesima volta, si tenta di far fare carriera ed attribuire posizioni di responsabilità non attraverso un trasparente sistema di selezione che premi il merito e le competenze, ma in ragione dell’appartenenza politica o della fiducia personale.

Non è più accettabile che si possa continuare in questo modo.

La Regione Sardegna ha competenza primaria in materia di organizzazione degli uffici e stato giuridico del personale, ma nonostante ciò è ancora lontana dall’essere un’Amministrazione efficiente, davvero al servizio dei sardi.

Il rinnovamento della Regione per le sfide che la attendono nel prossimo futuro, deve sintetizzare varie componenti, tra le quali, ad esempio, un ripensamento del ruolo stesso dell’Amministrazione regionale e la riorganizzazione mirata del settore pubblico, perché possa diventare un fattore di crescita e non un ostacolo allo sviluppo ed al perseguimento degli obiettivi strategici della Sardegna.

A monte, però, è indispensabile un capovolgimento radicale del metodo che presiede alla selezione ed alla nomina dei dirigenti e dei dipendenti pubblici regionali, a cui va accompagnato un organico e trasparente progetto politico riguardante la gestione del personale, anche allo scopo di rendere effettivo qualcosa che sta scritto nelle leggi ma che nessuno della vecchia politica vuole davvero, ossia la effettiva separazione tra politica e amministrazione.

Una Regione che non funziona, o che non funziona come dovrebbe, anche perché non si assumono i più “capaci e meritevoli” bensì i figli e gli amici degli amici, non soltanto sarà sempre in ostaggio del padrone di turno, ma -parafrasando ciò che recentemente ha detto della Sardegna uno dei giovani sardi di eccellenza che per trovare spazi e lavoro è dovuto emigrare- resterà sempre una “stronza”, non soltanto per la generalità dei cittadini, ma anche, e soprattutto, per quelli che, nonostante tutto questo, al suo interno, ci lavorano con onestà ed impegno.

E sono tanti.

Roma, 5 novembre 2013

 Mxxxxxx Txxxxxx


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