Siamo pronti per una rivoluzione culturale?

di Dafni Ruscetta

Il rifiuto delle dinamiche del privilegio, delle ineguaglianze, del predominio maschile, la rinuncia alle ‘furberie’ individuali o di casta e l’opposizione netta contro ogni forma di razzismo o di pregiudizio, sono le armi contro la cultura della degenerazione e l’imbarbarimento dei costumi

In un paese in cui il pressappochismo è un’abitudine e il disprezzo per il sapere è diventato un vanto, lo strapotere dello strumento televisivo – e mediatico in generale – ha originato un processo di distorsione dell’informazione che produce falsi miti e ignoranza.
Grazie al controllo di simili mezzi il ‘centro-destra’, negli ultimi anni, ha saputo sfruttare al meglio i peggiori aspetti della (sotto)cultura italiana: il mito dell’arricchimento individuale ad ogni costo, il volgare maschilismo per cui comprare giovani corpi femminili diventa spesso ostentazione – il denaro in questo caso, associato al godimento e al piacere, rivela l’esercizio brutale del potere – la personalizzazione della politica, il clima di scontro (e da tifo) quasi da stadio anche all’interno del Parlamento. In molti continuano a pensare che basterebbe eliminare Berlusconi per salvare l’anima del Bel Paese, come se si trattasse di uno stregone cattivo e non di un abile manipolatore ed interprete di realtà certamente già preesistenti.
D’altra parte la semplice introduzione dell’elemento ‘femminile’ in molte liste elettorali, favorirebbe una sorta di ‘universalismo fittizio’ in cui le donne – spesso provenienti dalle stesse regioni dello spazio sociale cui appartengono gli uomini che occupano le posizioni dominanti – rischiano di far prevalere il solito femminismo della ‘differenza’, che in alcuni casi è preclusivo, autoreferenziale anch’esso e incapace di guardare ai fenomeni di trasformazione sociale.
Il rifiuto delle dinamiche del privilegio, dell’uguaglianza formale che tende a occultare e a legittimare le ineguaglianze reali, della dimensione simbolica del potere che si manifesta soprattutto negli schemi di classificazione e nelle forme del predominio maschile, la rinuncia alle ‘furberie’ individuali o di casta per approdare ognuno sulla propria ‘isola’ e l’opposizione netta contro ogni forma di razzismo o di pregiudizio, rappresentano appena il limite estremo di decenza contro il dilagare di una cultura della degenerazione e dell’imbarbarimento dei costumi. Le abitudini, le preferenze e le attitudini socio-culturali che un individuo ha acquisito, sono concepite all’interno del milieu culturale in cui egli si forma, grazie alla duratura immersione in quel contesto. Ciò che il sociologo francese Pierre Bourdieu ha definito ‘habitus’.

E’ questa la vera rivoluzione, perché l’assenza di nuovi strumenti di analisi – culturali, filosofici e umanistici – finirebbe per favorire la strategia di chi ha come obiettivo di creare forme di dipendenza sociale soprattutto attraverso l’uso arbitrario dei mezzi di informazione. Tattica, quest’ultima, che trova terreno fertile nell’isolamento – talvolta persino nella banalizzazione, se non addirittura nella criminalizzazione – di comportamenti e di modelli diversi di analisi della realtà, di visioni alternative del mondo. Le stesse dinamiche di potere non sono imputabili solo a quell’entità, quasi astratta, che opera ai livelli più alti della gerarchia istituzionale, a quella che comunemente chiamiamo ‘classe dominante’, ma spesso esse si ripetono e si perpetuano con gli stessi meccanismi anche ai livelli bassi e più visibili delle relazioni sociali.
I rapporti dialettici, specie in politica, non sono necessariamente e di sola contrapposizione ideologica, piuttosto dovrebbero offrire lo spunto per altre narrazioni. Spesso, infatti, il potere fine a se stesso tende a nascondere – se non persino a reprimere – l’espressione delle altre visioni del mondo, per paura che le minoranze possano trasformarsi in maggioranze.

Fonti:
Pierre Bordieau: Il Dominio Maschile. Ed. Universale Economica Feltrinelli.

da www.cadoinpiedi.it

Immagine tratta da www.claudiograssi.org


2 Comments

  1. chissà se siamo pronti per una rivoluzione, l’ignobile teatrino a cui ci hanno sottoposto in questi decenni ha avuto la conseguenza di addormentare gli spiriti più puri, consapevoli della difficoltà di contrastare il sistema, di sradicare la casta.
    non sono giovanissimo, ho avuto modo di vivere all’università il ’68, (altra grande delusione politica) che allora ci diede la speranza, la volontà di sperimentare qualcosa di nuovo. Poi sappiamo come è andata, ma allora eravamo puri.
    Io nel M5S rivedo quella purezza, quella speranza! Chissà se dopo 45 anni avrò la possibilità di veder cambiare il sistema.
    Lo spero, e sono con voi

  2. vi segnalo questo video: http://youtu.be/vuf1zVtSFXc
    si tratta di una conferenza tenuta a Orgosolo recentemente.
    Ammetto che sull’argomento avevo più che altro un pregiudizio. E’ stato sorprendente, invece, rilevare che sul tema “zona franca” navigassi nell’ignoranza più totale.
    La Sardegna ha sei mesi di tempo per non perdere un’opportunità unica… vedere per credere.
    Riusciremo, come sardi, a farci sodomizzare anche stavolta?
    Oppure: siamo in grado di FARE qualcosa che si chiami rivoluzione culturale?

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