La forza di un gesto banale

di Dafni Ruscetta

Una nuova società, una nuova educazione alla convivenza, nascono proprio dai piccoli esempi, dalla “banalità” delle singole azioni verso il mondo che ci circonda, anzitutto nei confronti delle altre persone

Racconto una storia che avevo già raccontato un paio di anni fa, ma che era passata inosservata grazie all’indifferenza dei media. Questa storia parla dell’ennesimo episodio di degrado ‘umano e civile’ avvenuto in un centro urbano.
E’ Francesca a raccontarmelo, una giovane cagliaritana di 34 anni, la vera protagonista di questa storia. E’ venerdì mattina, 14 maggio, sono le 9.40. Si fa la fila per consegnare pacchi e lettere, un uomo sulla quarantina, che chiameremo Andrea, entra e si siede per attendere il suo turno. Dopo qualche minuto Francesca osserva il giovane uomo e si rende conto che è in difficoltà, gli tremano le mani ed è molto sudato, probabilmente affetto da morbo di Parkinson. La ragazza, preoccupata, si avvicina ad uno sportello qualunque e invita l’impiegata a servire il giovane, anche se l’orologio segna ancora le 9.45. La dipendente risponde che si dovrà attendere l’arrivo della collega, all’orario indicato nel cartello. Il povero Andrea continua a sudare, si lamenta, dice di non farcela più ad aspettare. Alle 9.50 Francesca ci riprova, le pare che l’evidenza sia ormai chiara e che qualcuno dovrà pur prestare attenzione alla sofferenza di un giovane che sta male e che è in attesa semplicemente di ritirare il suo pacco. L’incaricata dello sportello 14, preso possesso della postazione, sostiene di essere impegnata in un altro lavoro e che il signore, se realmente in difficoltà, avrebbe dovuto delegare qualcun altro al ritiro. Sono le 9.52 e lo sportello rimane ancora chiuso. Francesca si avvicina ad Andrea, che la ringrazia per l’attenzione e per la cura nei suoi confronti, mentre tutti i presenti osservano immobili senza intervenire nella circostanza. Andrea guarda ancora la ragazza con uno sguardo di paura mista ad imbarazzo.
Francesca reclama nuovamente l’urgenza di servire il ragazzo ma, sentendo ancora negata tale assistenza dalla dipendente dell’ufficio, si allontana dallo sportello dando le spalle al giovane. L’indifferenza dei presenti e la totale mancanza di senso umano del personale delle Poste le provocano una forte rabbia, che riesce ad esprimere solo con un silenzioso pianto, perché Andrea non possa vederla nel frattempo.

Questa storia rappresenta l’ennesimo evento che merita l’attenzione di chi ha il compito – i media fra tutti – di diffondere una nuova visione della democrazia, dei diritti di ogni cittadino a prescindere dalla sua appartenenza etnica, religiosa, di genere o dalla condizione sociale e di salute.
Il vero problema, la vera emergenza da affrontare da subito risiede nella dimensione personale del singolo individuo, nella sua coscienza e capacità di porsi in maniera “consapevole” verso tutti gli altri esseri umani. La radice del problema è culturale e occorre sradicarla con diversi strumenti, con nuove metodologie educative, non tanto nella collettività ma a livello personale.
Una nuova società, una nuova educazione alla convivenza, nascono proprio dai piccoli esempi, dalla “banalità” delle singole azioni verso il mondo che ci circonda, anzitutto nei confronti delle altre persone.
In fondo, se Rosa Parks, attivista statunitense afroamericana e simbolo del movimento americano per i diritti civili, il cui motto era “stand up for your rights”, a un certo punto ha avuto il coraggio di non cedere il posto ad un bianco su un autobus in cui dominava la scritta “solo per bianchi”, forse la forza di quell’atto quasi “eroico” le sarà derivata proprio dall’aver osservato un bianco piangere per lei…
Senza quelle lacrime, insieme di rabbia, sensibilità e pietà umana, questa energia non può emergere, perché essa nasce proprio dalla sofferenza e dalla liberazione. Quello di Francesca è solo un esempio.

Fonte: www.cadoinpiedi.it
Immagine che ritrae Rosa Parks, dal sito di Fox News


2 Comments

  1. Questo racconto di vita quotidiana è molto bello nella sua banalità. Banale poichè ciascuno di noi dovrebbe e potrebbe fare tutti i giorni qualcosa di banale che diventa importante e fondamentale per la vita di qualcun’altro…..ciò che è successo ad Andrea accade tutti i giorni ed è da lì, dal gesto semplice e banale di Francesca, che bisogna iniziare a ricostruire la vita di tutti i giorni.
    Questo sarà il primo Natale in cui molti di noi rinunceranno a tante cose e non sarà un male perchè ci insegnerà a capire di nuovo cosa è la festa e la gioia di stare tutti insieme senza il consumismo…..Questo Natale io e la mia famiglia anzichè comprare giocattoli e stupidi regali ai figli e alle altre persone ci stiamo occupando di aiutare chi ha più bisogno……questo voglio insegnare ai miei figli….

    • Complimenti Stefania! Se questo tipo di coscienza si espandesse a macchia di leopardo nella ns società sarebbe un bene per tutti. D’altra parte una società migliore richiede che ogni individuo acquisisca una coscienza di sé prima ancora che del bene comune. Quando la massima “conosci te stesso” diventerà un dato di fatto della cultura di un popolo, quel popolo stesso avrà gli strumenti per dirigere un vero cambiamento nella storia dell’umanità. Il dedicarsi agli altri è un buon inizio per conoscere meglio se stessi…Complimenti per questo tipo di insegnamento verso i suoi figli e Buon Natale!

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