Sardegna: dalla crisi alla rinascita

Ripartire dalla terra per un nuovo modello di civiltà

PREMESSA

Essere Sardi, oggi, significa innanzitutto avere la sensibilità per saper cogliere il grido di dolore che proviene dalla nostra terra. Una terra umiliata da profittatori e speculatori di ogni genere. Una terra violentata dall’imposizione di un’industrializzazione coatta, che ha attuato un vero e proprio genocidio culturale e ne ha profondamente alterato la vocazione economica naturale, fatta di agricoltura, pastorizia, artigianato, piccolo commercio, turismo eco-compatibile.

Ma essere Sardi, oggi, significa anche riuscire a vedere la rinascita della nostra terra sullo sfondo di un più generale contesto italiano, europeo e mondiale. In altre parole, è impossibile anche solo immaginare il cambiamento se prima non prendiamo atto della profonda crisi materiale e di valori delle società in cui viviamo e se prima non consideriamo i mutamenti epocali che possono fare dell’attuale momento storico lo spartiacque di due diverse ere nella storia dell’umanità.

LA NOSTRA EPOCA, UNA DECADENZA CONTINUA

Questa è l’epoca delle passioni ‘tristi’ spesso non legate a valori o lotte ideali, ma a “cose”: è l’epoca in cui si desiera fortemente qualsiasi cosa venga imposta dal bombardamento pubblicitario, ci si ‘appassiona ad essa e la si dimentica subito dopo averla ottenuta per puntare a quella successiva, perché così impone il vuoto interiore che si tenta di riempire con il consumismo, e perché questo impone un intero sistema che si regge su vendite e acquisti senza fine per non entrare in crisi: la tanto decantata ‘crescita economica’ è in realtà un inganno. Questa è l’epoca in cui si può avere tutto, ma non si conosce il valore di niente.

Gli uomini del nostro tempo sembrano avere una sola dimensione: quella materiale. L’uomo non è più una persona inserita in un contesto naturale e comunitario ispirato alle leggi dell’armonia e dell’equilibrio, ma un individuo abbrutito moralmente, senza più legami con il passato, con le tradizioni della sua cultura e con i suoi simili, mosso solo da bisogni materiali, in gran parte inutili e superflui, per appagare i quali è disposto anche a sfruttare criminalmente la natura, in uno stato di concorrenza permanente con gli altri uomini. L’uomo moderno assomiglia sempre di più a un atomo che si muove schizofrenicamente in uno spazio indefinito, senza un’origine a cui ricondursi, senza una direzione a cui guardare, senza un senso chiaro dell’esistenza che non sia quello del profitto e del consumo.

Il sistema politico, sociale ed economico che si è fondato su questa idea dell’uomo è quanto di più orribile si possa immaginare ed è sotto gli occhi di tutti: l’economia è scriteriatamente ispirata ai falsi dogmi del Prodotto Interno Lordo (PIL) e della crescita illimitata; la società è un insieme indistinto di individui per lo più soli, stressati, depressi: carnefici e vittime di un vuoto emotivo e di valori che non ha precedenti nella storia dell’uomo; donne e uomini che si inseguono nei fast food, si cercano con gli sms, si trovano su facebook, si perdono nei centri commerciali, si riconoscono nelle pubblicità: una società in perenne stato d’assedio che spende in ansio-litici e anti-depressivi una cifra pari a quella che basterebbe a risolvere per i prossimi cinquant’anni il problema della fame nel mondo.
Vittime di uno stile di vita disumano, pesantemente condizionato da stress, inquinamento e fretta, assistiamo ogni giorno a un aumento vertiginoso dei casi di tumore e delle malattie all’apparato cardio-circolatorio.
Per reggere tutto all’impatto di un tale sistema, la natura è stata talmente violata e deturpata da mutare letteralmente il suo volto, nei termini oggettivamente valutabili della desertificazione, della perdita della biodiversità, dell’estinzione di intere specie animali, della progressiva riduzione delle aree verdi del nostro pianeta, dell’inquinamento incontrollato della maggior parte dei centri urbani in cui vive la maggioranza della popolazione mondiale.

DAL GLOBALE AL LOCALE: LA SITUAZIONE SARDA

Non c’è bisogno di troppe parole per descrivere la situazione di estremo disagio sociale ed economico che ha investito la nostra terra: fine dell’industria, scomparsa dell’agricoltura come volano dell’economia, artigianato in ginocchio, disoccupazione, spopolamento e degrado delle zone interne, inquinamento, disagio sociale ed esistenziale, giovani senza radici e, di conseguenza, senza un futuro. Due, sostanzialmente, possono essere ritenute le cause principali: 1) l’industrializzazione forzata della nostra isola; 2) il processo di Globalizzazione.

L’INDUSTRIALIZZAZIONE COATTA

Fino ai primi anni sessanta, in Sardegna si viveva di agricoltura, allevamento, artigianato e piccolo commercio. L’economia rispettava l’ambiente in quanto la natura veniva considerata l’elemento più importante, addirittura sacro, sullo sfondo di una società in cui la vera ricchezza consisteva in un profondo senso di appartenenza a una comunità e a un territorio e non in una vuota rincorsa al denaro e all’apparenza. Lungi dal voler solo idealizzare il passato, non si trattava ovviamente di un modello perfetto, ma era di certo molto più umano ed eco-compatibile di quello odierno, senza l’inquinamento, il malessere, gli eccessi e gli sprechi di oggi. La situazione cominciò a mutare quando le ‘trombe’ del cosiddetto ‘progresso’ e della crescita senza regole imposero alla Sardegna un modello di sviluppo che con la nostra terra non aveva proprio nulla a che spartire. Dietro l’ambigua promessa di un benessere per tutti, si crearono dal nulla centinaia di fabbriche puzzolenti e deturpanti: le famose “cattedrali nel deserto”, erette sull’altare del profitto e dello scempio ambientale.
Ma il danno maggiore si ebbe a livello culturale: qualsiasi lavoro che avesse a che fare con la terra, quindi l’agricoltore e l’allevatore, fu degradato a simbolo di arretratezza e a volte addirittura criminalizzato. L’equazione “pastore = bandito” sfondò nell’immaginario collettivo fino a divenire un cliché difficilmente cancellabile. Erano le abili mosse di una propaganda progressista che aveva il subdolo scopo di sottrarre ai campi e ai pascoli migliaia di giovani, per rinchiuderli in maleodoranti prigioni di cemento armato a fare da servi a macchine e ingranaggi. L’industrializzazione aveva trionfato anche da noi. Comunità millenarie, rette da valori ancestrali e legate da un tessuto solidaristico profondo, vennero dilaniate dall’individualismo e dall’alienazione tipiche di ogni società industriale. Come disse Fabrizio De Andrè: “La Sardegna non ha più un’anima perché le è stata tolta con l’inganno e la sopraffazione”.

LA GLOBALIZZAZIONE

A quanto detto, si sono aggiunti negli ultimi anni anche gli effetti dell’ennesima ‘promessa mancata’ del Sistema: la globalizzazione, un fenomeno che, nelle ricorrenti parole dei burocrati della politica, avrebbe dovuto portare ricchezza e benessere ovunque. Sono invece aumentate le disarmonie e le contraddizioni del liberismo selvaggio. E’ ormai chiaro, infatti, che gli unici soggetti che ne hanno tratto profitto sono quelli che la fanno da padroni su ogni mercato: i grandi istituti finanziari e le multinazionali. Così come è evidente che istituzioni sovra-nazionali come l’Unione Europea contribuiscano a ‘governare’ la globalizzazione con metodi iper-burocratici e assolutamente opinabili. La PAC (Politica Agricola Comunitaria) ne è uno degli esempi più eclatanti: anziché permettere a ogni territorio di sviluppare in totale libertà la propria agricoltura, la si colpisce vietando determinate coltivazioni o addirittura incentivando gli agricoltori a rinunciarvi spontaneamente. Il risultato è stato un impoverimento della qualità e della varietà stessa dei prodotti, nonché la paralisi di un settore fondamentale della nostra economia. Ma poiché tale effetto non ha riguardato solo la Sardegna e l’Italia, ma ogni singola realtà locale del mondo occidentale, il senso (o non-senso, se si preferisce) è da ricercare solo in un disegno globale organico agli interessi di grandi banche e multinazionali: fare del mondo un immenso mercato globale in cui produrre merci a buon mercato (in un paese piuttosto che in un altro, a seconda della convenienza economica), riducendo a schiavi i lavoratori della terra nel terzo mondo e a meri consumatori di merci i cittadini del mondo cosiddetto ‘sviluppato’.

Oggi la Sardegna paga più che mai le scelte scellerate di una classe politica regionale e nazionale che ha avallato entusiasticamente sia il ‘Piano di rinascita’ (clamorosamente fallito con la chiusura delle fabbriche) che il processo di globalizzazione, dimostrando l’incapacità di ‘leggere’ la realtà e una mancanza di progettazione a lungo termine.

Basterebbero due soli dati a indicare la via migliore per porre un rimedio al disastro della situazione che stiamo vivendo: l’85% di ciò che i Sardi trovano quotidianamente sulle loro tavole è prodotto fuori dalla Sardegna. In secondo luogo una stima emersa nella scorsa Conferenza mondiale di Copenaghen sui problemi dell’Ambiente riporta come ben il 50% delle emissioni di CO2 sia imputabile ai trasporti trans-continentali di derrate alimentari. Rilanciando la nostra agricoltura, in un’ottica di rapporto non invasivo con la terra, si darebbe vita a un circolo virtuoso i cui effetti più evidenti sarebbero la sovranità alimentare, lo sviluppo locale, un aumento considerevole di posti di lavoro, il recupero della biodiversità e dei saperi locali, la genuinità e stagionalità degli alimenti, la drastica riduzione delle emissioni nocive dovute all’importazione di derrate alimentari. In poche parole: è necessario ripartire dalla terra!

Un simile proposito non avrebbe solo un positivo risvolto sul piano sociale e politico, ma ancora di più sul piano culturale. Se oggi è il grande capitale finanziario a farla da padrone, che decide come e dove investire, che sfrutta e distrugge intere comunità locali, che smercia prodotti uguali per consumatori che sono altrettanto uguali l’uno all’altro (a causa della tendenza all’uniformazione e al conformismo create dal marketing e dai media), che depaupera campi e pascoli con lo sfruttamento intensivo e inquina l’aria e l’acqua con i trasporti trans-continentali, allora ‘ripartire dalla terra’ diventa la sintesi di una visione del mondo e della vita completamente alternativa a quella oggi dominante. La crisi finanziaria dell’autunno 2008, quella che ha gettato il mondo intero nella recessione, è stata causata dalle speculazioni delle grandi banche, ma nessuna di esse ha pagato: la politica le ha invece salvate facendo ricadere i costi sul resto della comunità. Ha senso tutto ciò? Certamente no, se pensiamo che nulla è stato fatto per invertire la rotta. Alla volatilità e alla insicurezza proprie del capitale finanziario si può opporre la solidità e la certezza della terra; al consumismo fine a se stesso e all’omologazione del ‘sistema dei banchieri’ si devono opporre la particolarità culturale e la libertà di ogni popolo, che solo nella tradizione e nella terra possono affondare le loro radici.

Se sapremo ripartire dalla Sardegna, dai suoi tanti problemi, ma anche dalle sue infinite potenzialità naturali e culturali, potremo fare della nostra terra il laboratorio politico ideale di un nuovo modello di civiltà: esempio concreto per una società occidentale che ha smarrito se stessa e contagiato con la sua follia il resto del Pianeta.

A cura di Stefano Piroddi.


2 Comments

  1. Ottima premessa, disquisizione ad ampio raggio, ma come ripartire ? Già, la chiave di volta stà in questa parola, che se noi la interpretiamo come ripartenza, siamo sempre punto e a capo. Ma se la interpretiamo come ripartizione, cari amici, abbiamo la chiave di volta. Una chiave difficile da usare, perche non tela fanno usare. Una chiave difficile da attuare, perche chi se ne è avvantaggiato mai condividerà il suo privilegio, perche privilegio esso è. Ripartire significa ripartizione, verso le famiglie verso la collettività, esiste miglior motore economico di questo ? Ripartizione delle risorse energetiche, marine, del territorio, del nostro vento e del nostro sole, della bellezza della nostra terra e delle nostre coste. Nulla più agglomerati di potere, multinazionali dello sfruttamento, lobby di esosi pseudo imprenditori che vivono sulla morte degli altri, basta con la gestione a terzi del bene della collettivita che si ritrova a pagarlo ma non raccoglie benefici. Come ripartire questa grande ricchezza ? Semplice, prendendo il nostro prodotto interno lordo e dividendolo nelle circa 500 mila famiglie sarde, ripartendo lavoro e competenze in egual cifra. Per intenderci: Due grandi generatori eolici producono corrente per 50 mila euro l’anno, che l’enel paga a chiunque abbia la capacità di investimento. Di converso se l’investimento è proposto a 4 famiglie sarde e finanziato da un’ente preposto noi doniamo circa 20 mila euro a famiglia che gestiscono per 20 anni i generatori, con unica clausola che 80% di questa cifra sia spesa o investita. Dico generatori per dire pannelli, inceneritori, discariche, riserve ittiche, appezzamenti agricoli, alberghi, resort, Tutto quello che non possiede la nostra regione verrebbe riacquistato e distribuito equamente, fermo restando le occupazioni di tutti. E un nuovo modello economico che si muove su principi di eguaglianza e di ridistribuzione della ricchezza e della risorsa comune. l’età e l’esperienza mi hanno convinto che il modello attuale della nostra società e miseramente in disgregazione, il detto che i soldi corrono ai soldi, è maledettamente vero. Da qui la necessità del cambiamento che deve essere graduale, costante, calibrato ma inesorabile. Le risorse di tutta la collettività non possono essere gestite da un pugno di manigoldi ignoranti settari, devono essere condivise e equamente ridistribuite, forse ci vorranno cento anni, ma questa è la via, questa è la rotta, per la nostra collettività, per la nostra civiltà.
    Grazie.

  2. interessante analisi .il punto è : COME RIPARTIRE ?con quali strumenti? studiamo e confrontiamoci e riuniamo le nostre migliori energie sul “come ” fare . A me interessa solo questo .Di analisi eccellenti ne ho letto tante ,ma occorre rimboccarsi le maniche e darsi da fare . vi mando tanti saluti dal sito :Amici di Luca Sanna Piras . su facebook.

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