Ripartire dalle comunità di Sardegna

Di seguito si riporta il testo degli interventi (in sintesi) di un convegno tenutosi giovedì 29 novembre alla Casa dello Studente di via trentino, organizzato dall’Associazione U.G.S., il cui oggetto è riportato nel titolo.

Intervento di Pietro Salaris (Associazione U.G.S.).

Dai giornali e dai servizi televisivi tutti si sono accorti della difficile situazione occupazionale sarda, in ogni parte della nostra terra è un susseguirsi di manifestazioni di protesta contro leader politici e ministri. È emblematico il caso del ministro Passera che fugge in elicottero per sfuggire dalle ire degli operai dell’Alcoa e della Carbosulcis, ma il discorso vale anche in Italia, per esempio all’Ilva dove lo stillicidio dovuto all’inquinamento passa in secondo ordine rispetto all’agenda politica del Governatore delle Puglie, dove il matrimonio tra le coppie omosessuali è prioritario rispetto alla situazione delle vedove eterosessuali. In questa situazione appare straordinariamente profetica la visione eretica e rivoluzionaria di Eliseo Spiga che nel testo “Manifesto delle Comunità di Sardegna”, con il contributo di Francesco Masala e Placido Cherchi, propone un nuovo paradigma culturale, ovvero il ritorno alle comunità locali. Con la parola “ritorno” l’autore del libro non intende la nostalgia di un ritorno a mitiche origini nuragiche e neanche il senso del “ritorno” espresso nell’Odissea, bensì un lucido e circostanziato programma politico dove alla disgregante vita cittadina e all’alienante lavoro industriale si oppone l’unità e il comunitarismo delle realtà locali, prerogative della società tradizionale sarda sin dal tempo dei nuraghi. Risale ai primi anni duemila la prima e ormai introvabile edizione del libro, accolto con freddezza sia dagli ambienti accademici per le pesanti critiche al sistema economico consolidato del PIL, sia dagli ambienti politici perché troppo poco incline alle esigenze clientelari di un certo modo di fare politica. L’etica del saper fare, dell’aiuto restituito e della solidarietà intesa non come pelosa beneficienza, ma come pilastro del vivere comunitario sono le basi fondanti del pensiero politico di Eliseo Spiga, pensiero eretico e visionario maturato in tempi non sospetti, ovvero nel pieno del boom industriale e del piano rinascita della Sardegna. Per Eliseo Spiga il riscatto dei sardi, e più in generale dei popoli, parte dal locale e dal paese, perché è in questa sede che l’autonomia e l’indipendenza del singolo si sposa con i bisogni e le esigenze della collettività comunitaria. In quest’ottica il testamento ideale che ci ha lasciato il pensatore sardo, è la necessità della ri-scoperta ideale e valoriale della società arcaica sarda da parte delle giovani generazioni che, interpretandola in chiave moderna, devono essere l’avanguardia culturale di una nuova, ancorché tradizionale, rivoluzione politica.

Intervento di Dafni Ruscetta (Associazione 5 Stelle Cagliari).

Finalmente, dopo anni di attesa e di speranze, si comincia a parlare liberamente di cose che fino a qualche mese fa rappresentavano solo il sogno visionario da parte di alcuni di noi. Qualcosa sta cambiando nella mentalità – e forse anche nel cuore – delle persone. Mi trovo, per la prima volta in maniera convinta e appassionata, a fare politica tra la gente su temi come la decrescita, il comunitarismo, la rinascita culturale etc. E tutto questo come proposte politiche concrete, non solo a livello filosofico. C’è davvero un’aria di cambiamento come non era mai accaduto in questo paese. E si vede, ad esempio, da come le persone cominciano a interessarsi a certi temi, a situazioni così nuove, a proposte di vita innovative…e questo cambiamento può partire proprio dalla Sardegna, perché qui ci sono le basi storiche e culturali di quello che molti di noi auspicano per il nostro futuro e per quello dei nostri figli.
Il pensiero di Eliseo Spiga, riportato fedelmente in un piccolo volume dal titolo “Manifesto delle Comunità di Sardegna. Per una economia felice e ricca di futuro”, coinvolge sia da un punto di vista emotivo che da un punto di vista intellettuale, perché è tremendamente attuale. Volendo per il momento tralasciare l’aspetto politico della Sardità e concentrandosi su quello culturale di questo pensiero, appassiona la proposta di ripartire da un’ipotesi comunitaria per “sgombrare il campo dalle macerie morali e ideologiche che la nostra civiltà ha accumulato in decenni di decadenza culturale”.
L’attuale organizzazione dell’economia e del potere è incompatibile con la società Sarda, è contro l’ambiente, contro la pace, contro la salute della gente, contro la prosperità e il benessere, contro la democrazia, contro la morale della convivenza e della solidarietà, contro gli affetti, l’educazione etc. E la vocazione della Sardegna, la sua storia, non è questa! E’, semmai, storia di comunitarismo, di solidarietà, di auto-produzione e di sussistenza, di operosità, di sobrietà nei consumi e niente sprechi, niente esibizioni di sfarzo, tutte norme di natura morale iscritte nel DNA dei Sardi.
Già esiste, in Sardegna, un’economia informale basata sulla reciprocità e sulla solidarietà…la nostra “eresia” – come la chiamava Spiga – è già in atto…si chiama “s’ajudu torrau”, l’aiuto di amici e vicini per la vendemmia, per la mietitura, per la tosatura etc. Si chiama “sa paradura”. Ancora oggi, in alcuni paesini della Sardegna, quando c’è un lutto in famiglia, i vicini, parenti, amici della famiglia preparano da mangiare per i la famiglia del defunto. Anche questo è un rituale della comunità, un rituale di solidarietà, di supporto reciproco.
Due anni fa ho fatto una ricerca etnografica per l’Università di Copenhagen, sulla rivalorizzazione di alcune zone interne della Sardegna (in particolare la Planargia) partendo dalla cultura locale come risorsa. Bene, una cosa che mi colpì particolarmente fu che le comunità locali – purtroppo ciò non vale ancora per le giovani generazioni – non solo praticano ancora quotidianamente l’auto-produzione, ma addirittura si scambiano continuamente le reciproche produzioni, in un ciclo di dare e avere che integra – e a volte sostituisce – l’economia formale e di mercato.
E chi ha, come noi, l’ambizione di farsi portatore di una concezione del nostro Paese che sia alternativa a quella dominante deve utilizzare le assemblee elettive, le istituzioni, per realizzare passi concreti in quella direzione perché i vari movimenti di cittadini hanno il compito, anzi il dovere, di portare queste idee nei posti in cui si decide, perché in pochi posti si decide quello che si fa nella maggior parte del territorio.

Intervento di Stefano Piroddi (Scrittore).

Ho avuto la fortuna di conoscere Eliseo Spiga pochi mesi prima che morisse e di scambiare una breve ma intensa chiacchierata con lui al margine di un convegno a Cagliari sulla Decrescita Felice. In quei pochi minuti disse due cose che mi illuminarono sulla personalità dell’uomo e sul nucleo centrale del suo pensiero politico: innanzitutto, mi invitava (ma il suo invito era idealmente rivolto a un’intera generazione) a volare sempre alto nel campo delle proposte politiche e ideali. Interpretai quelle parole come un incoraggiamento a non lasciarsi mai irretire dalla retorica delle cose concrete, tipiche di una classe politica mediocre che, nel nome dell’ordinaria amministrazione e di una gestione quasi sempre clientelare delle risorse pubbliche, aveva portato la nostra gente verso punte di disperazione ormai insostenibili. Successivamente, mi parlò di un riscatto e di una rinascita vera della nostra terra che dovevano necessariamente partire dalla filosofia del “comunitarismo” e di come il valore ancestrale (e dunque eterno) della “Comunità” dovesse sostituire nell’immaginario collettivo e nella pratica politica quotidiana il concetto ottocentesco di “società civile”. Perchè la Comunità ha qualcosa che la società (mera sommatoria di individui soli e in perenne concorrenza tra loro) non avrà mai, cioè la coscienza di appartenere alle stesse radici e, in virtù di esse, lottare per creare insieme un comune destino. Ricollegai quelle frasi alla lettura del suo libro più rappresentativo (Manifesto delle Comunità di Sardegna) cercando di trarre da esso dei suggerimenti utili a dare sostanza a un progetto politico realmente credibile e alternativo. Se l’istituto consuetudinario di “S’aggiudu torrau”(l’aiuto restituito), cioè l’impegno reciproco di aiutarsi nei momenti più salienti della vita comunitaria e/o poersonale, come la vendemmia, la mietitura o la costruzione della casa del membro della comunità, è fondante nel dare un’idea di rapporti interpersonali ben più stretti e pregnanti degli sterili rapporti di pseudo-vicinato a cui siamo abituati oggi, l’istituto di “Sa paradura”, cioè la ricostituzione del gregge perduto (per furto o calamità naturali) attraverso la cessione di una pecora al danneggiato da parte di ciascun membro della comunità, ci dà un chiaro esempio di “ammortizzatore sociale” per il lavoratore autonomo in difficoltà, che oggi sembra quasi utopia anche solo immaginare. Tutto questo (e molto altro, che in questo spazio non è possibile riassumere) sullo sfondo di un’idea di lavoro e di socialità mai slegati dal valore intrinseco dell’essere umano, che deve sempre essere messo nelle condizioni (dalla comunità cui appartiene) di realizzare le proprie potenzialità fisiche, mentali e spirituali, in un’ottica di costante affermazione della propria indipendenza e dignità. 

Foto di Matteo Deiana


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