Il coraggio di una rivoluzione – I parte

di Dafni Ruscetta

La narrazione della società italiana attuale non è più la nostra narrazione, quella dei numerosi talenti ‘bruciati’ e dissipati dall’immobilismo autoreferenziale del sistema sociale e politico, dalla sua classe dirigente – di destra e di sinistra. È giunto il momento di cominciare a scrivere delle pagine nuove della storia di questo Paese; è l’ora del cambiamento non soltanto a livello politico ed economico, ma soprattutto sociale, culturale, a partire dai micro-settori della vita quotidiana e occorre, per questo, un grande sforzo. Molti di noi sono consapevoli di essere ancora ‘vivi’, anche se ci hanno voluto far credere ‘morti’ nella passività del qualunquismo generalizzato, della cultura dell’apparire, del piacere e del piacersi/auto-compiacersi, del farsi riconoscere, dello sviluppo illimitato e dell’ingenuo fanatismo consumistico, sorretto – ancora una volta – da una costante e pericolosa falsificazione mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo, per modificarne la dimensione culturale e antropologica.

La crisi economica attuale

A quanto pare l’uscita dalla crisi non sarà né rapida né indolore. Il dato di fatto da cui partire è che, nella migliore delle ipotesi, essa durerà ancora a lungo. La politica di rigore recentemente varata dalla gran parte dei governi europei, attraverso un aumento della pressione fiscale, ha provocato anzitutto la caduta della domanda, dei consumi – a causa di una diminuzione del reddito ma anche di un clima di incertezza psicologica – e la conseguente recessione, che a sua volta provoca una diminuzione del gettito fiscale. La pressione fiscale, inoltre, in Italia grava in maniera insostenibile non solo sui cittadini, ma ancor più sulle imprese (con un’incidenza che va dal 45% a quasi il 70%), che di conseguenza non investono più in produttività e in occupazione. Inoltre, a causa del credit crunch, quando cioè le banche non concedono più prestiti, la piccola e media impresa, che rappresenta il volano economico del nostro paese, non dispone più delle risorse e dei capitali necessari per far fronte alle necessità, così circa 11.000 aziende hanno chiuso per fallimento solo nel 2011. Il tasso di disoccupazione giovanile nel Meridione è salito al 45%, il doppio del Nord (22%) e la media nazionale si attesta intorno al 35%, mentre il nostro Paese è al ventitreesimo posto mondiale per livello dei salari (dati OCSE), il 76% dei giovani è costretto alla flessibilità (c’è da stupirsi se poi questi si sentano un corpo estraneo alla società e tentino di separarsene con ogni mezzo?) e il 50% delle pensioni non arriva neanche a mille euro.
Come ricorda Aldo Giannuli nel suo ‘Uscire dalla crisi è possibile’, quando uno Stato non ce la fa più a coprire il proprio fabbisogno finanziario, cioè le spese per la sanità, per la previdenza sociale, per le pensioni etc., si accumula un debito, che può essere contratto per finanziare investimenti infrastrutturali di valore per una determinata area, oppure per finanziare il mantenimento di un certo stile di vita, abitudini di consumo compulsivo o, ancor peggio, per mantenere (od ottenere) il consenso elettorale.
Dei circa 1.900 miliardi del debito italiano (120% del PIL), circa il 55% è in mani straniere, un terzo circa alla Francia, per un po’ + del 10% alla Germania, per il 5% all’Inghilterra. Come si sa, chi controlla il debito di un paese ne controlla indirettamente anche la politica economica e questo rappresenta una gran perdita in termini di sovranità nazionale. In tal senso ha ragione Grillo quando sostiene che l’Italia e gli altri Paesi del sud Europa non sono falliti solo perché dovevano salvare Francia, la Germania e la Gran Bretagna, che non avrebbero altrimenti potuto più vantare i loro crediti. Lo stesso Mario Monti, in una recente affermazione, ha ammesso che se il governo non avesse varato il famoso decreto ‘Salva-Italia’, il nostro Paese avrebbe corso il serio rischio di perdere una fetta della propria sovranità. Inoltre gli interessi sul debito si mangiano una buona fetta del bilancio statale e sottraggono risorse agli investimenti produttivi e infrastrutturali.
Il problema dell’attuale sistema economico sta nel predominio sfrenato e senza controllo del mondo finanziario sull’economia reale. La finanza ha smesso da tempo di finanziare le imprese, così che anche il mercato del lavoro ha risentito della scarsezza di capitali non diretti a investimenti produttivi ma alla sola rendita finanziaria, peraltro al servizio di una ristretta oligarchia. L’attuale situazione è dunque il prodotto della totale deregulation (che iniziò dalla libera circolazione dei capitali) del settore imposta dal neoliberismo, quello della “scuola di Chicago” per intendersi, di cui sarebbe ormai opportuno un serio ripensamento concettuale e filosofico. La questione che si pone al centro del dibattito è, pertanto, quella del tipo di regole da introdurre, imponendo in questo settore maggiore trasparenza e controllo alle istituzioni della finanza e della politica che hanno preparato questa crisi e ricostruire un nuovo sistema nazionale e internazionale dove i criteri di giustizia sociale e di sovranità popolare siano rimessi al centro. Un contributo istituzionale a questa gestione, come suggerisce il Prof. Bruno Amoroso (dell’Università danese di Roskilde), potrebbe essere fornito dalle Banche Popolari di Credito e Cooperativo e dalle banche locali nelle varie forme giuridiche esistenti. Non dimentichiamo, infatti, che circa il 40% del credito italiano è fornito dalle piccole e medie banche, legate all’economia reale e ai territori. Secondo lo stesso Amoroso il sistema nazionale del credito, per le transazioni internazionali o i grossi investimenti, dovrebbe pertanto essere affidato a non più di una o due banche nazionali pubbliche.
Attraverso lo stretto controllo sulle banche si eviterebbe – o limiterebbe perlomeno – la speculazione finanziaria; allo stesso tempo sarebbe altresì necessario un ridimensionamento delle agenzie di rating che, come ci ricorda Eugenio Benetazzo, rispecchiano per lo più gli interessi dell’establishment bancario e finanziario mondiale, tutti di matrice anglosassone. Inoltre esse hanno degli azionisti privati (ad esempio S&P è controllata dal gruppo editoriale McGraw-Hill). Anche le scommesse sulle fluttuazioni del prezzo dovrebbero essere vietate perché le informazioni a disposizione sono asimmetriche e sbilanciate a favore di pochi, nonché promossa l’abolizione dei paradisi fiscali e una seria legge antitrust che vieti i monopoli e gli oligopoli.

Dal globale al locale ‘consapevole’

La globalizzazione, pur avendo in parte contribuito allo sviluppo sociale, politico ed economico delle società occidentali, non è tuttavia riuscita a mantenere le grandi promesse di benessere collettivo di coloro che l’avevano esaltata. Pertanto, sebbene disconoscerne i meriti sarebbe un grave errore e l’isolamento un male ancora peggiore, la globalizzazione andrebbe posta in termini decisamente diversi, conservandone semmai alcuni aspetti di interscambio culturale e di fecondità dei rapporti umani e sociali. D’altra parte occorrerebbe impostare, parallelamente, un ritorno al locale, ridando importanza e valore al territorio, restituendo dignità all’agricoltura di sussistenza familiare, tornando ad una alimentazione sana, rivitalizzando l’artigianato, gli antichi mestieri e le piccole botteghe di quartiere.
Una questione oramai contestabile, collegata a questi aspetti, è quella della crescita come unico paradigma valido e perseguibile, soprattutto se intesa come crescita della produzione e del consumo di merci. Una rivoluzione culturale dovrà essere in grado di smentire una simile e unica narrazione del mondo. Il teorema alternativo e complementare della decrescita, ad esempio, bene si applica in un contesto di ormai irrinunciabile cambiamento di stile di vita, soprattutto nella presa di coscienza che la riduzione dei consumi è imprescindibile nella direzione di una società più sostenibile (il mondo occidentale, da quasi trent’anni, consuma molto più di quanto produce). Alcuni comportamenti andrebbero modificati, concentrandosi semmai sull’autoproduzione – individuale e comunitaria – di cibo (o almeno rifornirsi da piccoli produttori in prossimità del luogo in cui si vive) e di energia grazie soprattutto a una serie di piccoli impianti da fonti rinnovabili per autoconsumo che scambino le eccedenze in rete, disincentivare l’uso dei mezzi privati motorizzati nelle aree urbane tramite sviluppo di reti di piste ciclabili protette e sensibilizzare all’uso frequente di tale mezzo, limitare l’uso estremo di condizionatori e impianti di riscaldamento, ridurre gli sprechi (che oggi ammontano al 70%) e gli eccessi nell’alimentazione, nell’abbigliamento, nell’uso di materiali superflui per il confezionamento dei prodotti, abituarsi al riciclo e allo scambio di beni vari. Non è pensabile continuare a identificare la ricchezza con il danaro, i beni con le merci. Poi ci sarebbero tutti quelle ‘buone pratiche’ che richiamano a una dimensione di autoproduzione e di scambio sociale di tipo più ‘familiare’: il ritorno alla coltivazione degli orti familiari o comunitari, la produzione di cibi fatti in casa con ingredienti genuini, privilegiando il ‘saper fare’ al comprare compulsivamente, lo scambio di prodotti e di conoscenze all’interno di una stessa comunità o di più comunità, la condivisione di rapporti comunitari attraverso forme inclusive come gli eco villaggi, gli orti urbani o il cohousing etc. L’esaltazione del denaro ha distrutto in parte i legami sociali, mortificando quei valori fondanti di una società, come la solidarietà, la creatività, persino la spiritualità, ecco perché occorre una rivoluzione culturale in grado di far apprezzare la bellezza di un sistema di valori basato sulla sobrietà e sulla creatività.
Il dominio della qualità sulla quantità dovrebbe prevalere.
Questo non vuol dire regresso o diminuzione del benessere, tutt’altro! Significa piuttosto che non si può continuare ad accrescere la domanda di merci secondo una logica meramente quantitativa, ma investire piuttosto in attività che possano migliorare la qualità della vita delle persone. Significa anche acquisire nuovamente l’utilizzo e il significato della manualità, delle cose semplici ma qualitativamente superiori, del sapere locale, della conoscenza e salvaguardia del proprio territorio e della condivisione come valori unificanti di una società.
Un modello alternativo di organizzazione sociale, economica e produttiva è pertanto possibile ed è quello che una nuova e coraggiosa classe dirigente, rappresentata da tutte le forze che
compongono la società, dovrebbe iniziare a progettare, con una visione di lungo periodo.

di Dafni Ruscetta

Immagine della home tratta da Informare per Resistere

Segue seconda parte


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