Una questione di diritti

di Nicola Di Cesare

Il tasso di disoccupazione globale nel nostro paese (l’Italia n.d.r) è salito ai massimi dal 1992 e l’ultima rilevazione parla del 10,8%; quello giovanile (15-24 anni) a settembre è risultato del 35,1%; si tace sui relativi tassi si disoccupazione del Sud e ancor più sul tasso di disoccupazione femminile ma i dati sull’occupazione parlano di percentuali che sfiorano il 45% tra le più basse al mondo (perfino in India le donne hanno una maggiore partecipazione al mercato del lavoro). Tutti questi valori al momento hanno trend positivi quindi all’orizzonte c’è ancora tempesta. Secondo l’ISTAT (che solitamente è molto gentile con i governi in carica) 2 milioni e 774 mila disoccupati (ma sarebbero molti di più se non si fossero taroccati i criteri per la definizione dello stato di disoccupazione) attendono ufficialmente risposte da un governo che dopo aver fatto di tutto per “flessibilizzare” il lavoro in uscita, sul lato della creazione ha fatto una cosa molto semplice: nulla. Le politiche del lavoro attualmente sono l’emblema del laissez-faire su cui si basa il credo anarcoliberista dei tecnocrati montiani il cui unico Dio è il “mercato”, entità astratta evocata ad arte per giustificare l’impunito accaparramento di ricchezze economiche ed ambientali da parte di pochi potenti ai danni degli uomini e delle donne di tutto il pianeta. Dal momento che questi “signori” (bastano i loro cospicui conti in banca per definirli tali ?) pensano che sarà il mercato ad aggiustare tutto verrebbe da chiedersi perché mai dovremmo aver bisogno di un governo. Allora ci preme raccontare tutta la storia e non solo un pezzetto dicendo che il governo Monti è formato da quelle che Andrea Camilleri in uno dei suoi romanzi ha definito “teste parziali”. Cioè da gente che sa tutto del denaro anche la più piccola e recondita caratteristica ma che poste di fronte ad altri problemi e nella fattispecie le basi tecniche della economia politica lasciano molto a desiderare. In un recente studio dell’Ufficio responsabile del Budget del governo Britannico si afferma che le politiche ultraliberiste basate sui tagli indiscriminati alla spesa pubblica hanno prodotto una diminuzione del PIL e un aumento consistente della disoccupazione e della pressione fiscale in antitesi a quanto previsto; dicono cioè candidamente e dati alla mano che Keynes aveva ragione.
Molti non sanno che alla base della teoria keynesiana c’è una formuletta supportata da un ragionamento matematico semplicissimo e disarmante che definisce il funzionamento dinamico della formazione del Prodotto Interno Lordo. Senza scendere in dettagli molto tecnici, dato che il PIL è misurabile come [A+G+I+Nx] ovvero come la somma di Consumi interni (A), Spesa Pubblica (G), Investimenti privati (I) e Saldo netto tra import e export (Nx), Keynes affermava che diminuire o aumentare uno solo di questi addendi comportava la variazione del risultato finale in ragione di una quota non proporzionale ma moltiplicata per un fattore detto appunto “moltiplicatore del reddito” ( [1/1-c] dove c è la propensione marginale al consumo] ) secondo l’espressione [(1/1-c)*(A+G+I+Nx)]. Considerato che il PIL corrisponde a un dato ammontare di ore lavoro sviluppate per ottenere il valore aggiunto finale, se cala il PIL calano contestualmente i posti di lavoro (Sic!). Lo capirebbe anche un bambino, ma non le teste parziali del nostro governo. Ora focalizziamo il problema. Noi ci troviamo nella condizione di perseguire contemporaneamente questi obiettivi:

• Raggiungimento della piena occupazione (lavoro salubre e ottimale)
• Diminuzione (in prospettiva azzeramento) delle emissioni in atmosfera e delle risulte di produzione e consumi (che come si sa sono tra loro in rapporto di 7:1)
• Azzeramento della nocività e della tossicità di beni e servizi (diritto a non ammalarsi diverso dal diritto a curarsi)
• Conservazione dei diritti delle persone, delle risorse ambientali e di tutte le forme di vita non umane e aumento del loro livello di benessere complessivo.
Ciò comporta una radicale trasformazione delle tecniche e dell’organizzazione delle strutture produttive che, attraverso l’uso delle più avanzate tecnologie di trasformazione, di conservazione ambientale e di risparmio e produzione energetica non inquinante, si coniughi con gli obiettivi di una decrescita dell’economia di rapina e di una crescita contestuale dell’economia del benessere (La ricerca sulle energie rinnovabili e la riconversione dell’industria dell’auto verso una mobilità meno inquinante ne sono due esempi banali).
La coperta sembrerebbe corta già a un livello superficiale di attenzione ma solo se continuiamo a ragionare nei temini della struttura consumistica di sfruttamento e accaparramento dei diritti umani, ambientali e delle risorse materiali e finanziarie in cui siamo attualmente invischiati. E’ dato per scontato che se tiro la coperta per coprire la testa delle multinazionali (un esempio a caso) e della finanza mondiale (un altro esempio a caso) ceteris paribus è ovvio che si scoprono i piedi di 4 o cinque miliardi di esseri umani. Quindi credo che sia venuto il momento di smetterla di uscire dal campo degli avversari dove si parla solo di soldi (carta stampabile a piacimento dalla FED e chissà perché non stampabile dalla BCE) e di cominciare a discutere di principi, diritti e leggi conseguenti, una rivoluzione istituzionale attraverso la modifica in senso positivo della carta costituzionale che detti le regole per salvare il mondo dall’avidità degli accaparratori di benessere, democrazia e risorse naturali nascosti tra le leggi e le istituzioni del potere globale compresi gli abusivi anarcoliberisti di Roma, Bruxelles, Londra, Ginevra, Francoforte, New York, Pechino, Mosca e consenta alla gente comune di vivere secondo dei modelli di produzione-consumo appaganti e rispettosi delle vite di questo pianeta, attuali e future.


About Nicola Di Cesare 8 Articoli
Laurea Specilistica in Scienze Economiche modellistico statistiche. Attualmente consulente per Sistemi di gestione per la qualità ambiente e sicurezza.

5 Comments

  1. Keynes aveva semplicemente capito una cosa e cioè che i soldi sono come il letame, fanno nascere fiori solo se li spargi. La concentrazione dei capitali sta alla base della trappola della liquidità e va a detrimento degli effetti del moltiplicatore del reddito. Oggi si capisce molto bene la funzione del moltiplicatore del reddito in quei paesi depressi da un costante drenaggio di capitali che non vengono reimmessi nel circuito economico per effetto della loro esportazione operata dai grandi gruppi multinazionali.

  2. condivido una gran parte della tua analisi ma credo che sia da integrare con la lotta alla disparita’ lavorativa.non puo’ esistere libera concorrenza su basi differenti .gli impianti statali che regolano il lavoro e tutelano l’uomo e l’ambiente,nel mondo, sono talmente differenti che dobbiamo ammettere che il 75% dei lavoratori sulla terra non ha nè tutele nè regole.questo far west fa crollare la correttezza del principio della concorrenzialita’ e gioca contro il nostro futuro piu’ equo e sostenibile.

  3. Nella storia economica abbiamo, spesso, assistito alla nascita di critiche rivolte alle teorie economiche ritenute classiche ed ad altrettante rivalutazioni. Le teorie di Keynes, dopo un periodo in cui furono ritenute artefici del più lungo periodo di crescita economica della storia, negli anni 70, complice lo shock petrolifero, vennero accusate di contribuire alla stagflazione e furono discreditate. Le sue teorie vennero sostituite con modelli che individuavano nelle interferenze con il naturale funzionamento del sistema di mercato l’unica causa delle cattive performances economiche. Tornò di “moda” il laissez-faire, complice la supply-side economics. Con la crisi del 2008 l’idea che i mercati non regolati siano la migliore soluzione possibile perse credito consci del fatto che, come spiegato da Keynes, i mercati finanziari possano collassare sotto il peso della speculazione ( cosa che si è verificata ) e che una buona politica economica può risollevare un’economia da una grave recessione. Non sono in grado di dire se effettivamente le sue teorie contribuirono alla stagflazione ma ritengo che il successo o meno di una teoria economica rispetto ad un’altra risieda molto nella particolare congiuntura economica.

  4. condivido una gran parte della tua analisi ma credo che sia da integrare con la lotta alla disparita’ lavorativa.non puo’ esistere libera concorrenza su basi differenti .gli impianti statali che regolano il lavoro e tutelano l’uomo e l’ambiente,nel mondo, sono talmente differenti che dobbiamo ammettere che il 75% dei lavoratori sulla terra non ha nè tutele nè regole.questo far west fa crollare la correttezza del principio della concorrenzialita’ e gioca contro il nostro futuro piu’ equo e sostenibile.

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