Se un animale soffre, lo capisce anche un bambino

Ogni giorno si discute di crisi, di aziende al tracollo, di cassintegrati, di esodati, di disoccupati cronici, di studenti senza futuro, di disperati. In mezzo a tutto questo c’è la nostra terra e c’è l’ambiente che ci circonda. Ma spesso, presi dai problemi della quotidianità, ci dimentichiamo quale sia il nostro “perchè” su questo pianeta. Ma cos’è l’ambiente? L’ambiente non è uno spazio dedicato alla specie umana. L’ambiente non è il “verde” e non è solo la “natura”. L’ambiente vive. L’ambiente è un delicatissimo insieme di equilibri. In questo insieme ci siamo anche noi. E ci sono tutte le altre creature. Ecco perchè quando parliamo di “animali” con un certo distacco, dovremmo tenere bene a mente da dove proveniamo, quale sia il nostro ruolo e quali le nostre responsabilità su questa terra. Anche noi siamo una parte infinitesimale  di un “equilibrio” ben più importante delle nostre singole individualità. E’ un discorso che certamente non piacerà ai sostenitori ad oltranza della “specie umana che tutto può e tutto pretende”, ma ogni tanto è bene ribardirlo. Gli animali anch’essi parte dell’ambiente, non esistono per soddisfare le nostre esigenze e i nostri capricci, ma in virtù di un equilibrio “superiore” e di un ordine prestabilito da madre natura, che li include come parti imprescindibili di una storia già scritta . Vi domanderete il perchè stia facendo tutto questo ragionamento. Arrivo subito al dunque. Oggi voglio parlare di “animali” e di come, non siano spesso considerati con il giusto rispetto. Fin da quando ero piccola mi domandavo perchè mio padre andasse a caccia e portasse animali morti a casa. Talvolta anche vivi e moribondi, perchè non essendo un cacciatore nell’anima, dopo averli feriti, se non morivano subito, non era in grado di “finirli”. Allora, ricordo che a casa scattava “l’infermeria”. E mio padre, che pure aveva sparato a quegli animali, era felice e sollevato quando riuscivamo a curarli e a rimetterli nel loro ambiente. Forse si sentiva in pace con se stesso e le sue abissali contraddizioni? Mah…non l’ho mai capito. Comunque, ogni volta che andava a caccia la domenica, per me e per mia sorella era un’ansia continua. Ci domandavamo cosa avrebbe portato a casa… E ogni volta era una tragedia. Uno di quei “traumi infantili” che ha fatto maturare in me una convinzione fin dalla tenera età. Uccidere per divertimento, è il gesto più insensato che si possa commettere. Mi ricordo un giorno, allora avevo una decina d’anni, quando andammo a Monte Urpinu (il nostro più grande parco cittadino) con mio padre a liberare uno dei sopravvissuti alle sue “battute di caccia sconclusionate. Era una “quaglia (piccolo uccello migratore molto pregiato per la sua carne). Un animaletto che io stessa avevo curato, dopo che mio padre l’aveva portato a casa con una lieve ferita all’ala. Giunti sul posto, in mezzo alla macchia mediterranea, posizionammo la scatola di cartole bucherellata con delicatezza sul terreno fresco e profumato. La aprimmo. Il piccolo volatile, che durante la sua degenza in casa nostra era ingrassato come una gallina, uscì all’aria aperta. Zampettò, prima in modo incerto, poi, riconoscendo il suo ambiente naturale, avvertenendone i suoni inconfondili, gli odori, le vibrazioni, ebbe come un sussulto. La piccola testolina si sollevò e si voltò indietro come se volesse dirci qualcosa. Sembrava che quel quel piccolo volatile avesse riacquistato il suo status “selvatico”, tutto d’un colpo. Avendolo accudito e nutrito per settimane e visto razzolare in una stanza chiusa, ero convinta che non sarebbe più riuscito a volare. Invece… dopo pochi minuti e un attimo di incertezza, l’animaletto che sembrava esser diventato una gallina domestica, tornò ad essere una  “quaglia selvatica” e spiccò il volo, accompagnandolo con un verso stridulo che sembrava un “inno alla gioia”. La sorpresa fu grande e straordinaria. Non dimenticherò mai quello strano verso. Quel suono stridulo che mai avevo sentito fino a quel momento, tant’è che mi ero convinta nella mia ingenuità di bambina, che le quaglie non emettessero alcun verso, era in realtà un “grido di libertà”. Vi sembrerò pazza, ma mi commuovo ogni volta che ci ripenso e mi viene in mente mio padre con gli occhi lucidi. Quella è stata per me una piccola grande vittoria. Il resto è stato una presa di coscienza di ciò che da quel momento in poi avrei dovuto fare per impedire a mio padre di ammazzare altri animali per divertimento. Per fermarlo e convincerlo della barbarie che stava compiendo, con mia sorella e mia mamma, arrivavamo a sostituirgli il cibo che si portava con sé, con pacchetti pieni di carta e cartone. Vi lascio immaginare il suo sgomento, allorchè si ritrovava alle 5 del mattino in piena campagna e scopriva che quel “fagotto con la merendina” in realtà non conteneva nulla di commestibile! Un giorno, dopo una guerriglia casalinga senza esclusione di colpi “bassi”, mio padre pronunciò la fatidica frase: ” non imbraccerò mai più un fucile”. E così fece. E a vederlo oggi, mentre porta da mangiare ai gatti randagi, ripenso al passato e a quella nostra piccola grande battaglia per il rispetto della “vita”. Ho raccontato questa mia esperienza personale, perchè tutti i giorni mi capita di ricevere notizie di animali maltrattati, seviziati e ammazzati per il divertimento gratuito degli esseri umani. E ogni volta mi commuovo e mi scendono le lacrime per la rabbia. Esattamente come quando avevo dieci anni e vedevo sul tavolo della cucina gli “animali moribondi”. Credo che l’educazione di un bambino, debba partire dal rispetto dell’ambiente e di tutte le creature che in esso costituiscono un “insieme armonioso”. Se riuscissimo a diffondere una cultura del “rispetto” e dell’armonia con noi stessi e con il contesto che ci circonda, vivremmo di sicuro una vita migliore. Tutti i bambini sono portati “per natura” ad avvicinarsi e ad amare gli animali. Quelli che li temono o li disprezzano, di solito hanno ricevuto un cattivo esempio da chi li ha educati. Ecco perchè credo che gli adulti, abbiano in questo senso una grande responsabilità. Se vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo imparare dai bambini, assecondandone la sensibilità. Salvare un animale da un morte certa, tentare di difenderlo, oppure rivendicarne i diritti, non significa essere “fanatici animalisti”, ma semplicemente comportarsi con senso civico. Mostrarsi sensibili alle sofferenze delle altre creature è un fatto naturale. Ignorarle non lo è. Ecco perchè nessuno mai mi convincerà che spendere anche un sol minuto per il rispetto della vita (che sia di un gatto, o di un cane, o di una lucertola) sia tempo perso. Ne varrà sempre e comunque la pena. Se ne rende conto anche un “bambino”!


About Emanuela Corda 12 Articoli
Emanuela Corda, cagliaritana, 36 anni grafico pubblicitario, Vignettista e fumettista. Appassionata di lettura, teatro, cinema, (amici a 4 zampe e non solo)

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