Intervista a Bruno Amoroso

Intervista di Dafni Ruscetta

Professor Amoroso, secondo lei l’Italia è davvero vicina all’uscita dal tunnel, come ha dichiarato il Premier Monti? Oppure ‘la notte è ancora lunga’?

La metafora della luce in fondo al tunnel fu utilizzata dal generale William Westmoreland nel 1968, durante un’audizione al senato degli Stati Uniti per la guerra in Vietnam. Quattro anni dopo le sue truppe fuggivano a gambe levate dal tetto dell’ambasciata di Saigon. Nel caso di Monti – e dell’Italia – è sbagliata perché non stiamo avanzando velocemente dentro un tunnel, ma precipitando dentro un pozzo senza fondo. La speranza è che ci si aggrappi a qualcosa per poter poi risalire. Questo qualcosa è distruggere le istituzioni della finanza e della politica che hanno preparato questa crisi – la finanza con scopi predatori e la politica per partecipare al “dividendo” della rapina – e ricostruire un nuovo sistema nazionale e internazionale dove i criteri di giustizia sociale e di sovranità popolare siano rimessi al centro.

E’ ancora realistica e imminente l’ipotesi di un default di alcuni stati del sud Europa? E l’ipotesi di un crac bancario generalizzato?

Le politiche attuate dall’UE e dalla Banca Centrale Europea preparano la nuova ondata di speculazioni che stanno di fatto foraggiando e dando soldi alle grandi banche, e cioè ai centri della finanza speculativa, e facendo riacquistare ai cittadini europei i titoli spazzatura per rimmetterli poi in circolazione. Nulla è stato fatto per ripulire il portafoglio bancario, creando così una nuova area di paradisi finanziari; nessuna misura è stata presa per disarmare il sistema finanziario internazionale come fu promesso con la costituzione del Financial Stability Board diretto da Mario Draghi. Quello che avverrà quest’autunno è una nuova ondata speculativa contro i paesi dell’Europa del sud, Italia compresa, e la Banca Centrale non ha i mezzi per farvi fronte come dichiara invece di fare. I 500 o 700 miliardi a disposizione coprono meno di un quarto del debito della sola Italia e Spagna. La speculazione svuoterà prima con il gioco di borsa le disponibilità della BCE, e poi avrà le mani libere per una vera e propria macelleria sociale ai danni dei risparmiatori europei. Il governo sta lavorando a questo scopo spingendo pensionati e lavoratori a mettere i loro risparmi in banca, così che la rapina sia più sostanziosa. La trasparenza e tracciabilità a cui fa riferimento il governo per giustificare queste misure riguarda appunto i risparmi dei lavoratori e dei pensionati sui quali si vuole mettere le mani. Della tracciabilità dei capitali delle banche messi nei paradisi fiscali, della criminalità organizzata depositati nelle grandi banche nazionali, dei redditi di 8 milioni di euro annuo di cui godono i ministri del governo risultato di un “onesto lavoro” non si parla più. La clava della giustizia colpisce i pusher della politica e delle istituzioni (i partiti), facendo così dimenticare i mandanti trincerati nei santuari della finanza e nella BCE. A questo punto il fallimento degli Stati sarà inevitabile, salvo fare come i paesi dell’America Latina e dell’Asia, che si sono tirati fuori dal sistema del FMI e della finanza speculativa riprendendo il controllo delle proprie monete e dei sistemi bancari. In Europa si fa il contrario e si vuole mettere le mani sui sistemi bancari controllandoli da Francoforte, anche quelli “reali” come il credito popolare e cooperativo, perché nulla sfugga alla tosatura che si prepara.

Questione euro. E’ ancora realistica la creazione di un sistema monetario a due velocità e comune a tutti i Paesi europei della fascia Mediterranea?

Di “realistico”, oggi, c’è solo il default che stanno organizzando e, di conseguenza, la dissoluzione dell’euro e del progetto europeo nel suo complesso. Il problema è se si può preparare un’alternativa e quale debba essere. Su questo ci sono tre proposte. La prima, irrealistica quanto diffusa, è quella di trasformare subito l’UE in un’unione politica. Tutti sanno molto bene che la Gran Bretagna, i paesi scandinavi e dell’Europa centrale non aderiranno mai a questa integrazione. Quindi una proposta inutile, che cerca di scaricare su altri le conseguenze disastrose e il fallimento dell’euro e dell’UE. La seconda, quella più diffusa tra gli economisti e di buon senso, propone un ritorno al sistema monetario europeo di dieci anni fa, cioè prima dell’euro, con 27 valute nazionali legate da un patto di cooperazione con margini di variazione del +/- 15 % (come avviene oggi nel rapporto tra l’euro e la moneta nazionale danese) e criteri di flessibilità (tipo quelli esistenti oggi con la Gran Bretagna e la Svezia). Questo sistema farebbe superare la doppia frattura che l’euro ha provocato all’interno dell’UE – tra i 17 paesi dell’eurozona e i 10 fuori di questa, e all’interno della moneta unica tra i paesi del nord e quelli del sud. Questo sistema, simile al vecchio Serpente Monetario Europeo, andrebbe accompagnato dalla costituzione di un Fondo di Solidarietà tra gli Stati che preveda ii versamento di quote da parte di paesi con eccesso di surplus o di deficit per sostenere la ripresa dei sistemi produttivi nei paesi più deboli e svantaggiati. La vitalità del sistema europeo andrebbe ristabilita riportando la BCE a un semplice ruolo di coordinamento delle politiche monetarie degli Stati per conto della Commissione Europea, e le Banche Nazionali dovrebbero essere sciolte e riportate a funzioni amministrative all’interno dei ministeri del Tesoro dei singoli Stati. Questo significa togliere a questi istituti ogni autonomia dai sistemi politici e dalle politiche economiche dalle quali devono, ovviamente, dipendere. Ridare autonomia alla politica dal sistema finanziario significa anche rendere possibile la ripresa dello spirito e ruolo etico della pubblica amministrazione al servizio dei cittadini. L’eliminazione dei corruttori renderà possibile la scomparsa dei corrotti della politica e delle istituzioni.
La terza proposta, quella dell’euro del sud ha due versioni. Quella “tedesca”, di chi cioè vede nei paesi dell’Europa del sud un’anomalia da controllare con un sistema monetario a parte che faccia definitivamente di questi paesi un’appendice dipendente dell’area nord dell’UE e del suo sistema finanziario-industriale. Una sorta di definitiva colonizzazione di queste aree. La mia proposta va nella direzione opposta. Oggi siamo in presenza di 11 valute europee, 10 dei paesi fuori dell’eurozona, e l’euro. I rapporti tra l’euro e i 10 paesi sono regolati da rapporti di cambio controllati ed andrebbero integrati con il Fondo di solidarietà di cui sopra e l’abolizione delle autonomie del sistema finanziario (Banche centrali, borse, paradisi fiscali, ecc.). Tuttavia il problema della crisi riguarda soprattutto l’eurozona, e la sua divisione tra nord e sud. Pertanto si restituisca ai paesi dell’Europa del sud una sovranità politica e monetaria lasciando ai loro popoli decidere le politiche economiche e le forme monetarie. I paesi del sud potrebbero creare – o sulla base di monete nazionali o di un euro-sud – una zona monetaria autonoma corrispondente alla forza del loro mercato interno (un tema questo con contrattazione che la Germania capisce molto bene) e dei loro sistemi produttivi ai quali riorientare le loro politiche economiche e per l’occupazione. L’UE avrebbe a questo punto non 27 valute ma 12, se i paesi del sud creano una loro moneta unica, oppure comunque un sistema di valute nazionali solidale e concordato che anticipi la riforma del sistema europeo creando tra gli Stati del sud il Fondo di solidarietà e staccandosi dalla BCE così come avviene oggi per la Gran Bretagna e i paesi scandinavi e dell’ Europa centrale.

E il recupero delle grandi esperienze del passato di ‘demonetizzazione’? Ad esempio lo scambio di prodotti e servizi dal territorio con una forma di moneta locale volontaria?

L’Europa ha conosciuto nel dopoguerra, con l’istituzione dei sistemi di welfare, un sistema economico parzialmente demonetizzato, e quindi le esperienze esistono. La possibilità di accesso gratuito a beni e servizi essenziali e prioritari per le società europee ha funzionato per due decenni, togliendo alla moneta il suo potere di regolare l’accesso a questi beni e servizi. Questa esperienza da ricostruire dopo la devastazione delle politiche neo-liberiste della globalizzazione va oggi integrata dal basso creando sia reti territoriali sia settoriali, che facciano e possano introdurre forme di scambio mediante monete locali. Parti importanti del “terzo settore” e della società civile potrebbero iniziare questo processo e reti a livello locale di comuni, imprese, cooperative piccolo commercio, ecc. dovrebbero fare lo stesso. Un contributo istituzionale a questa gestione potrebbe essere fornito dalle Banche Popolari di Credito e Cooperativo e dalle banche locali nelle varie forme giuridiche esistenti. Non deve essere sottovalutato che circa il 40% del credito italiano è fornito dalle piccole e medie banche, legate all’economia reale e ai territori. Istituzioni, queste, non a caso restate fuori dalle speculazioni della crisi in corso gestite dalle grandi banche nazionali. Il sistema nazionale del credito, per le transazioni internazionali o i grossi investimenti, deve essere affidato a una o due banche nazionali pubbliche.

Il PIL è uno strumento ancora valido per misurare la ricchezza di una nazione o lo stato di salute di un’economia?

Il tema appare ogni volta che si propongono cambiamenti e riforme da parte dei cittadini. Così invece di darvi attuazione si crea un “gruppo di studio” che produce l’ennesimo documento che contiene quanto tutti sanno da tempo. Esistono almeno tre rapporti importanti su questo tema, ma senza risultati di nessun tipo. Quello che manca, semmai, non è l’illusione di uno strumento statistico “giusto”, ma l’assenza di un metodo di programmazione condiviso che possa orientare le scelte dei cittadini in modo trasparente. Le istituzioni che dovrebbero farlo – sia di studio sia di controllo – ci sono e ne abbiamo perfino troppe. In un paese con istituzioni “forti” come la Ragioneria dello Stato o la Corte dei Conti è strano che non ci si accorga degli sprechi e altro della pubblica amministrazione. I ministeri e l’Istat dispongono delle possibilità di accesso ai dati per fornirli ai cittadini e alle loro rappresentanze politiche. Quello che manca è la ripresa di un disegno di governo che accompagni le scelte dei cittadini rendendo evidente la direzione e il peso delle loro decisioni, non per contrastarle ma per consentirne la giusta valutazione dei costi e ricavi. Nelle condizioni attuali di un’economia di mercato capitalistica il vero indice da considerare non è il PIL ma l’Occupazione. L’Occupazione è l’indice che ci segnala se stiamo uscendo dalla situazione di disagio dei redditi famigliari, se ci sono speranze di ridurre il deficit pubblico e anche se l’economia si sta riorientando in una giusta direzione. La finanza e le armi non producono occupazione, e neanche i processi d’innovazione rivolti ai consumi tecnologi invece che a quelli offerti dal territorio, dalla cultura e dalle relazioni sociali. Gli economisti sanno che più del 40% del PIL ha origine nella armi, nel commercio della droga, nella prostituzione, nelle rapine finanziarie. Ebbene, tagliamo questi rami velenosi e si avrà una decrescita che dovrà però spingerci a trovare occupazione per tutti coloro che da questi settori sono dipendenti o vittime.

Il predominio della finanza sull’economia reale, che così tanti danni ha prodotto, come può essere ridimensionato? Quali regole consiglia per un nuovo assetto economico globale?

L’assetto economico mondiale ha bisogno di una nuova Bretton Woods, ma che parta dal riconoscimento che il peso economico e demografico dei paesi è cambiato. Un grande patto per la cooperazione economica e la convivenza va fatto guardando a quelli che sono oggi i paesi leader – Cina, India, Brasile, ecc. – e con i quali una riorganizzazione dell’economia mondiale su basi solidali e cooperative è possibile. Trovo strano che non si capisca che siamo difronte al tramonto del capitalismo che è stato un fenomeno radicato in Europa e negli Stati Uniti, e queste due aeree mondiali sono oggi obsolete e senza futuro e che le armi micidiali e l’aggressività di cui fanno mostra non servirà a salvarli. Per questo è importante riconoscere che la nostra funzione non può essere di guida nel sistema mondiale ma di servizio nella costruzione dei nuovi mercati mondiali e nella ricostruzione dei nostri. E la cultura non imperialista dei nuovi grandi Stati extraeuropei consente di far avanzare un modello policentrico di organizzazione mondiale basato sulla cooperazione tra paesi diversi.

La disoccupazione giovanile, nel ns Paese, ha superato il 30%. Crede che la maggior parte dei giovani italiani sarebbero pronti a sopportare il mutamento dello stile di vita che la crisi imporrà?

I giovani non hanno bisogno di mutare stile di vita ma di trovare una occupazione che gli consenta di contribuire in modo attivo alla costruzione di una economia sociale realmente produttiva. Oggi sono spinti verso falsi miti (l’istruzione come molla del progresso) quando si sa benissimo che questo li chiuderà in una trappola che li spingerà a entrare nell’esercito dei migranti impoverendo ancora più le loro società d’origine. Per questo la battaglia per un piano del lavoro che valorizzi le strutture produttive del paese e dei loro luoghi di vita deve essere messo al centro di battaglie civili che devono e in parte stanno nascendo sui territori. Una strada faticosa ma non necessariamente lunga se ci sarà la volontà, la decisione e la durezza necessaria nell’imporle alle istituzioni da occupare e restituire alle loro funzioni di protezione e rafforzamento del bene comune.

Ha seguito la drammatica vicenda del Sulcis-Iglesiente (Alcoa, miniere di carbone etc.) nei giorni scorsi? Non crede che una politica seria e responsabile dovrebbe pensare a nuove, reali ed alternative forme di investimento per il futuro?

Il dramma dei lavoratori del Sulcis-iglesiente, come quello dell’Ilva di Taranto, è dovuto al cinismo di imprenditori e tecnici che hanno nascosto per anni la verità sui danni di queste produzioni alla salute delle persone. Ai sindacati e alle amministrazioni locali va invece addossata la responsabilità di non aver da tempo previsto il bisogno di una ristrutturazione economica e industriale che garantisse forme diverse e più moderne di occupazione legati ai loro territori. Credo che i nuovi movimenti popolari che stanno sorgendo fuori e in contrapposizione dei partiti debbano assumere questo ruolo tra le maggiori priorità. In questa azione il problema dell’energia va affrontato senza lasciarsi trascinare dagli interessi dei grandi gruppi che a ritmo alterno sfruttano il carbone, poi il petrolio, poi le energie “verdi”. Sono queste scelte di profitto e non di un’oculata valutazione dei costi e dei danni che queste trasformazioni provocano. La Danimarca, ad esempio, ha tuttora parte del suo consumo energetico dal carbone che viene importato dalla Russia. .

Quale può essere il ruolo di una cooperazione più forte e solidale tra i Paesi del Mediterraneo per un nuovo assetto politico-economico di quell’area?

Il tema che introduce questa domanda suggerisce di per sé l’urgenza di staccarsi dalle politiche nazionali ed europee che hanno ristabilito un rapporto coloniale e di aggressione verso i paesi e i popoli del sud. Questo ha fatto fallire decenni di sforzi – sinceri da parte della società civile e ipocriti da parte delle istituzioni civili e militari dell’Unione Europea – di realizzare un sistema di co- sviluppo tra i paesi e popoli delle due sponde. Per questo ritengo che il miglior modo di difendere gli interessi italiani sia quello di riconquistare l’autonomia politica e economica aprendo la strada a altre regioni e al paese nel suo complesso; così come la salvezza del progetto europeo deve passare attraverso la rottura del patto d’acciaio imposto dalla Germania ai paesi del sud, e la riconquistata autonomia economica e politica di questi può costituire il primo nucleo di un nuovo rapporto dell’Europa con i mercati e le società degli altri paesi, sia europei che non. Nel 1995 scrivevo nel Rapporto sul Mediterraneo del CNEL “Ripensare l’Europa, ripensare il Mediterraneo”. Oggi, credo, dobbiamo invertire quest’ordine. Ripensiamo il Mediterraneo per ripensare l’Europa. Il Mediterraneo – sia nella sponda sud che nord – mette il luce la tragedia di queste società e di questi popoli massacrati dall’eurocentrismo e dalla sua sciagurata alleanza con gli Stati Uniti. Così come gli eventi della sponda sud, che hanno manipolato e trasformato quella che era una forte protesta sociale contro i poteri e gli Stati dell’Occidente in una guerra civile interna e in una guerra di religione tra islamici, mostrano le tecniche di destabilizzazione dell’Occidente delle quali anche in Italia vediamo la applicazione corrente capace di colpire i pusher della politica al servizio della finanza per distogliere l’attenzione dalle ricchezze inaudite e predatorie dei centri veri del potere finanziario.

Bruno Amoroso è economista, docente emerito presso l’Università di Roskilde, in Danimarca, dove ha ricoperto la cattedra Jean Monnet. E’ stato inoltre allievo di Federico Caffè.
Amoroso ha partecipato a un precedente evento sull’economia tenuto in luglio a Cagliari e organizzato dalla nostra Associazione. Potete visionare il filmato dell’evento alla pagina http://www.livestream.com/5stellecagliari/video?clipId=pla_cbc887d9-e098-40c0-83aa-e0e9e29e2153


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