Discutendo di Sulcis-Iglesiente

di Dafni Ruscetta

Il seguente articolo è un estratto di alcuni commenti inseriti in risposta ad un post nel blog del giornalista Vito Biolchini, dal titolo “Anche Gigi Riva lo ha capito: “La Sardegna è senza speranza”.

Vorrei anzitutto ricordare che la nostra associazione, svolgendo attività limitata ad una sola parte del territorio regionale – quello di Cagliari – non si esprime a nome del M5S, di cui è per il momento solo aderente. Ne consegue che quanto espresso in questo post rappresenta il punto di vista dell’Associazione 5 Stelle Cagliari (oltre che quello personale) e non del M5S. Anche perché, benché sia doveroso per una forza politica che ambisce a porsi come alternativa avere una visione generale e particolare di tutta la realtà isolana, il gruppo locale del territorio del Sulcis Iglesiente è forse più titolato a fare un’analisi accurata del fenomeno e delle possibili soluzioni in questo momento. D’altra parte in Sardegna i vari gruppi provinciali 5 Stelle stanno lavorando ad un programma regionale in cui saranno presenti anche questi temi delicati e importanti.
Esprimo anzitutto a nome dell’Associazione, in maniera sincera, tutta la nostra solidarietà ai minatori che stanno lottando per ottenere la possibilità – anzi il diritto – di mantenere un posto di lavoro e tutta la dignità che ne è conseguenza. Stiamo seguendo con preoccupazione – come la maggior parte dei Sardi d’altra parte – questa vicenda delicata, complessa, che riguarda anche veri e propri drammi familiari e sociali. Comprendiamo dunque le perplessità e le ragioni legate a quella lotta. Non solo, a nostro avviso Nuraxi Figus potrà chiudere solo nel momento in cui tutti quei lavoratori avranno la garanzia di un impiego alternativo, ricercando per loro condizioni persino migliori di quelle attuali. Ciononostante una politica nuova e credibile – e aggiungo: coraggiosa – deve poter mostrare una visione per il futuro. Nel fare un’analisi accurata e di lungo periodo, la nostra posizione sulla questione delle miniere è che un cambiamento culturale sia ormai necessario, improcrastinabile. Non è possibile continuare a illudere la gente (ormai giustamente esasperata e disillusa) che il carbone sia il futuro del territorio e dei figli di quella terra. Non lo è per i diversi aspetti: non è conveniente, è contro l’ambiente, è dannoso per la salute delle persone che ci lavorano.

E’ chiaro che per vivere abbiamo necessità di produrre energia in grandi quantità e la richiesta di energia elettrica in Italia viene soddisfatta in larga parte dall’utilizzo di combustibili fossili (gas, carbone, olio combustibile). Forse è allora arrivato il momento di una politica che voglia davvero svoltare, prendendosi anche la responsabilità e il coraggio di dire ai cittadini che le miniere prima o poi dovrebbero chiudere, che non è possibile continuare a foraggiare all’infinito, con soldi pubblici, i grandi gruppi (italiani o esteri che siano) che ogni anno ricorrono al ricatto dell’occupazione per ‘spolpare’ il nostro territorio, che è necessario investire nelle energie rinnovabili come fotovoltaico ed eolico, pur prevenendo un uso indiscriminato e scellerato del suolo comune (per lo più adatto ad un uso agricolo) e garantendo al contempo un controllo adeguato e scrupoloso delle autorizzazioni a tal fine. Ora, come ci ricorda Pietro Salaris in un recente articolo apparso sul sito della nostra associazione, è scientificamente provato che le emissioni di una centrale a carbone o a olio combustibile provocano il cancro al polmone e alla vescica, ragion per cui riteniamo sia da preferire un brutto parco eolico o fotovoltaico alla più bella centrale a carbone. L’economia di quella regione potrebbe trarre beneficio, soprattutto sottoforma di posti di lavoro, da questo tipo di investimenti (rigorosamente ponderati e posti sotto il controllo di un’apposita autorità amministrativa e ambientale).
D’altro canto non dimentichiamo, se vogliamo prospettare forme alternative di occupazione, che il Sulcis Iglesiente ha un potenziale attrattivo turistico imponente, derivante non solo dai paesaggi naturali mozzafiato – caratteristica, questa, che condivide con la gran parte del territorio sardo – ma soprattutto dal paesaggio archeologico-storico-sociale-antropologico rappresentato dalle ex miniere, patrimonio persino riconosciuto dall’UNESCO (tramite la ‘Carta di Cagliari’ del 1998) e che deve essere conservato, recuperato e valorizzato per contribuire alla rinascita culturale, sociale ed economica di quelle aree, come è stato peraltro fatto, con eccellenti risultati, in altro ex bacini minerari europei.
A tal proposito ricordiamo che da diversi mesi la nostra associazione affianca e supporta la Consulta del Parco Geominerario il cui Presidente, Giampiero Pinna, dal 27 settembre del 2011 ha attivato un presidio permanente presso la sede della presidenza della Regione Sarda di Villa Devoto, in Via Oslavia a Cagliari, per indurre la Regione e il Governo ad attuare la proposta di riforma del Consorzio del Parco. A tal fine abbiamo anche realizzato un video che riassume la vicenda, visibile su questo sito (dal titolo “Ma l’oro non si può mangiare”).
Le risorse e le misure alternative per creare uno sviluppo alternativo e per portare beneficio alle famiglie di quei territori in realtà esistono già – senza dimenticare, peraltro, le importanti risorse legate al settore agro-pastorale e a quello della pesca – basta solo avere la volontà politica di attuarle, sfruttarle, riconoscerle e valorizzarle. Ma finché lo scenario politico regionale e locale continuerà ad essere colonizzato da coloro che non riescono a vedere al di là del proprio tornaconto elettorale, del proprio bacino clientelare – con la complicità soprattutto dei partiti che li sostengono – non ci sarà spazio per tutti quei cittadini consapevoli e coscienti che hanno in mente un’altra idea di Sardegna e nemmeno per nuove e forse risolutive opportunità per le popolazioni locali.

di Dafni Ruscetta


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