Pochi, pazzi, disuniti: e se questa fosse la fortuna dei Sardi?

Pare che Carlo V, in visita in Sardegna nel 1541, definì i Sardi “Pocos, locos y malunidos!”: pochi, pazzi e poco uniti. Per secoli abbiamo accettato questa rappresentazione, come abbiamo sempre accettato tutto ciò che ci è stato imposto (o anche solo proposto) dall’esterno: non siamo stati neanche capaci di denigrarci da soli e abbiamo importato anche gli insulti di un re spagnolo! Lo accogliemmo con tutti gli onori, ci promise un milione di posti di lavoro, poi assistette divertito e sprezzante alle razzie che le sue soldataglie infersero ai nostri popolani. Noi ovviamente non reagimmo, perché eravamo pochi, pazzi e disuniti. E abbiamo continuato a comportarci così, per secoli, con l’Aga Khan e con Berlusconi, convinti che dopotutto ci convenisse, come i mendicanti, che quanto più s’umiliano tanto più ottengono l’elemosina dei potenti.
Ma oggi ci domandiamo: siamo sicuri che essere pochi, pazzi e disuniti, sia una condanna, e non invece una opportunità straordinaria?
Siamo pochi, pochissimi, rispetto a un’isola vasta e (rispetto al resto dell’Italia) ancora poco antropizzata. Le nostre risorse naturali sarebbero più che sufficienti a darci acqua e pane ed insalata. Di formaggio, salsiccia e vino, poi, ne abbiamo abbastanza da esportarne fino in Australia. Ci manca l’energia? Oggi sì, domani no. Molto presto la ricerca sarà capace di fruire del sole, e non avremo più bisogno del carbone, del petrolio, del gas, e neanche dello sfregio delle pale eoliche.
Siamo pazzi: ma cosa significa essere pazzi? Significa seguire strade che altri non seguono, provare a dire e fare qualcosa di diverso. La storia naturale insegna che ai cataclismi sopravvivono gli esseri anomali, quelli che si sono distinti, non quelli che si erano adattati. E nella nostra società in decadimento, chi si salverà? Chi inventerà un modello di sviluppo diverso. Quanto più saremo pazzi, tanto più saremo salvi; certamente liberi, forse persino ricchi.
E disuniti? Perché dovrebbe essere una fortuna, essere disuniti?
Facciamo un esempio. C’è da alcuni anni una bella iniziativa che si chiama “Autunno in Barbagia”: ogni finesettimana decine di paesi dell’interno organizzano sagre per attirare turisti. Il turista va nel primo paese ed è entusiasta perché vi trova ottimo vino e formaggio ed artigiani che battono il ferro e donne che intrecciano ceste di giunco; poi si reca nel secondo paese e trova lo stesso vino, lo stesso formaggio, il cugino di quell’altro artigiano che batte lo stesso ferro e la cugina di quell’altra donna che sta intrecciando un cesto esattamente identico! In questo modo, il turista non è incentivato a visitare tutti i paesi barbaricini, perché li presume uguali (come certi paesi della Normandia: tutti ostriche e birra e tristi spiagge). Noi sappiamo che ogni paese, in Sardegna, è diverso dall’altro: questa diversità è una ricchezza straordinaria e va esaltata. Le comunità locali della Sardegna non dovrebbero gareggiare a chi fa meglio la stessa cosa: dovrebbero diventare orgogliose di ciò che hanno o fanno solo loro. Questa competizione virtuosa renderebbe la Sardegna ancora più attraente, ed ecco che la nostra disunità costituirebbe un’identità unica. Come dicono i pubblicitari: un brand.
Per fare tutto questo, ovviamente, non è sufficiente l’ammirevole spontaneismo delle comunità locali: serve un progetto comune, un coordinamento di tutte le iniziative, un incentivo alla ricerca e alla sperimentazione. Serve quindi una politica nuova, giovane, competente ma visionaria. L’autosufficienza alimentare ed energetica, la riconversione industriale e turistica, sono processi complessi e lunghi, che proprio per questo non possiamo più rinviare. Da cosa bisogna iniziare? Bisogna iniziare dal rigetto della cultura di massa, del commercio di massa, del turismo di massa. Non ci servono né le ville esclusive della Costa Smeralda (espropriamole!) né i villaggi turistici con sconti famiglia e le doppie triple case vacanze valutate a posti letto. Venire in Sardegna dovrà essere il sogno di tutti coloro che, nel mondo, cercheranno sempre di più un luogo silenzioso e selvaggio, speciale ed umano, dove si mangia poco e si cammina molto. V’immaginate lo slogan? “Siamo pochi, pazzi e disuniti. Venite a trovarci, per qualche giorno, e poi per cortesia andatevene”. Anche Carlo V avrebbe prenotato.

di Giuseppe Elia Monni


5 Comments

  1. i ragazzi di Olbia e tutti i ragazzi da tutta la Sardegna che hanno aiutato meravigliosamente nell’alluvione 2013 insegnano. Con le mani piene di m…a
    spalano, raccolgono, sorridono e aiutano il prossimo
    si chiamano Leggieri, Micheletti, Stefanelli Puddu Pudda
    Porcu sono tutti sardi e tutti insieme hanno lavorato senza sosta
    finitela con queste sciocchezze.
    Non ti permetto di paragonare l’Agha Khan a Berlusconi
    ma dove vivi dentro una forma di formaggio con i vermi per caso ? Guarda PortoCervo guarda il resto della Sardegna che differenza noti ?
    una invidiata da tutto il mondo l’altra sporcata ,bruciata,alluvionata e spopolata
    grazie a un gruppo di idioti ignoranti chiamati politici (sardi) che per il loro potere personale hanno fatto tutto questo se ci lasciano da soli ci scanniamo
    ma dove vogliamo andare?
    Gurdiamo le cose nel modo giusto. chi fa bene va elogiato chi fa male (fusilada) sardo o no

  2. Dissento quasi completamente da questo articolo, che trovo in alcuni aspetti respingente per quello che è la mia idea di libertà e di Sardità.
    Le prospettive da Lei elencate quali sono?
    Il ritorno al rurale ?
    L’esproprio e la nazionalizzazione?
    Tutto bello ma poi chi dovrà farlo, una classe politica simile a quella dei Maiali come nel famoso libro “la fattoria degli animali ?”.
    Io penso che il M5S debba far chiarezza su alcuni aspetti del’economia Sarda e perchè per 40 anni quasi tutta l’imprenditoria Sarda non funziona.
    Quasi tutta perchè se qualcuno ne è allo oscuro esistono aziende Leader anche in Sardegna, aziende agroindustriali che esportano e che ci vengono invidiate.
    Perchè non partire da loro?
    Capire il modello e cosa gli ha portati ad eccellere nel loro campo?

    Noi in Sardegna soffriamo di malburocrazia, isolazionismo, provincialismo, statalismo e sudditanza dallo stato centrale.
    Potremo vivere meglio della Nuova Zelanda e dell’Irlanda ma di fatto siamo peggio del 4 mondo, digital divide, campagne abbandonate, produttori
    agricoli sotto la soglia di povertà, aziende che inquinano e devastano il territorio.
    Non è certo sequestrando una villa in costa smeralda e lasciando quelle abusive a Tertenia, che salviamo l’onore della Sardità.

    Sono disponibile a discutere anche di persona di aspetti economici e agricoli sui quali credo di avere qualche competenza.

    • Caro marco, chi ti dice che sia una sparata? Non è affatto una sparata: il fatto che l’abbaia detta in quel modo non significa che una ipotesi del genere non sia fondata sulla fattibilità giuridica (abbiamo una Costituzione che lo consente) e sulla fattibilità economica (ho alcune idee molto concrete in proposito). Spero che ci saranno luoghi e occasioni per far partire un dibattito, su questa apparente folli, su questa effettiva eresia (e quanto ne abbiamo bisogno!): in quella sede spero potrò esporre una vera e propria proposta, spiegando il perché e il come di una operazione che non sarebbe solo di giustizia ma anche vantaggiosa per il Pubblico.

  3. Caro Giuseppe Elia.
    Dissento.
    Ancora partiamo da ciò che dicono o che dissero di noi i ladri!
    Quattro secoli di guerra contro gli arabi, condotta nel più totale isolamento; novanta anni di guerra contro la nascente superpotenza aragonese/spagnola hanno ridotto allo stremo un popolo e distrutto una classe dirigente, sostituita in toto da quella parassitaria venuta dalla penisola iberica.
    Dopo la Spagna, i Savoia, il fascio, poi la Democrazia Cristiana, Berlusconi e la P2; è la classe dirigente insediata sulle nostre spalle ad essere “pedidora”, stracciona ed avida.
    Non la nostra gente!
    Per il resto sono d’accordo con te:
    essere pazzi e spesso disuniti è sintomo di riottosità nei confronti del potere, ricerca di vie alternative, di caparbietà e voglia di provare.
    Un movimento come 5 stelle DEVE produrre una classe di “intellighenzia” nuova e risolutamente attaccata alla difesa dei diritti di ogniuno.
    Diferdere i diritti è una manovra di attacco al cuore della corruzione e del malgoverno.
    Prepariamoci a condurre questo attacco fino in fondo.
    Mano alla “virga sardesca”.

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