Il cambio di rotta del ‘Master and Back’

di Davide Fara

Master and Back, Master e Ritorno, significa in due parole, dare la possibilità a chi vuole, ma non ha i mezzi finanziari per farlo, di formarsi all’estero, studiare, conseguire un titolo nelle più importanti Università del Mondo, per poi aspirare a un possibile ‘rientro’ nell’isola: in modo tale s’investe in conoscenze, esperienze, competenze nuove, innovative per la terra da cui si parte.

Dal 2005 si sono creati, così, migliaia di competenze specifiche, in grado di districarsi settorialmente in tutti i campi: dalla microbiologia molecolare, al marketing e finanza, dal management dei trasporti, o delle strade a quello della rete integrata nel settore museale e archeologico, il settore turistico, chimico, giornalistico, artistico. Non v’è stato settore nel quale la Regione Sardegna non abbia permesso di formare i sardi.

A sette anni dalla nascita del programma la domanda nasce spontanea: 1) è stata pensata una Sardegna del ‘Ritorno’? Se siamo stati lungimiranti in uscita, lo siamo anche nel rientro? Si è in grado oggi di assorbire tutte queste competenze professionali già formate fuori? O meglio, la Sardegna del Ritorno, ha forse percepito la ricchezza storica, per non dire epocale, di avere tutti i settori dello scibile coperti da più di una competenza formata ai massimi livelli? Si è forse capito, che vi sono migliaia di sardi animati da una forte motivazione a ‘investire’ in terra sarda per dare il proprio contributo ed esperienza al miglioramento della propria isola?

Detto questo – lo diceva nostra nonna – sappiamo tutti che non bisogna essere laureati, masterizzati, o dottorati per essere intelligenti e capaci, così come non bisogna essere per forza di origini sarde, o restare qui, per fare il bene della Sardegna. È chiaro, però, che questi due parametri messi insieme vanno a scardinare una pesante eredità che la Sardegna si porta dietro dal passato. E cioè quella di essere professionalmente incapaci a costruire il proprio destino in casa propria, tale da trasmetterlo nel luogo in cui si opera. Poiché se questo non succede, come troppo bene sappiamo, ciò porta, ed ha portato, all’immediato servilismo nei confronti dell’esterno, alla subalternità politica, energetica, industriale, allo scambio di una classe dirigente mediocre, quella che non mira allo sviluppo culturale, civile, professionale del popolo nei vari settori strategici: proprio quelli che sarebbero in grado di scardinare lo status quo dei poteri acquisiti di generazione in generazione, per conoscenza appartenenza o successione, e non per un riqualificato merito.

Con un esempio risulta forse più semplice il ragionamento: se una nota ditta di formaggi, facciamo nel centro Sardegna, gestita da un consiglio di Amministrazione in prevalenza composto da pastori con età media di 50 anni, che in gioventù non hanno studiato marketing; se proprio chi ha l’oro nelle mani quando prepara il formaggio, e conosce i ‘segreti’ della campagna, la lingua locale, ma non sa che dietro l’angolo, o anche a 150 km di distanza, vi sono giovani formati nei posti migliori del mondo che conoscono le lingue, le migliori strategie del marketing e della comunicazione, facendo crescere esponenzialmente la loro cooperativa, o azienda che sia, nel giro di pochi anni. Portando dunque benessere, ricadute nell’indotto, professionalità e razionalizzazione delle risorse. Se proprio loro, dico, non vogliono intendere che manca proprio quella figura professionale, per chiudere la filiera, e da qui inanellare lo sviluppo oltremare, secondo un modello virtuoso a impatto zero; se questo non succede bisognerà aspettare (forse) che alcuni di questi giovani siano così pazienti da prendere un giorno un posto in dirigenza (tra alcuni decenni) prima che ‘qualcosa’ possa magari cambiare in questa direzione? Si può credere che un giovane che non sia disposto a versare il proprio sangue per la Sardegna possa aspettare un ricambio generazionale tale, che nella tradizione de ‘su connottu’ maschera la radice del problema di capire la questione posta? O forse questo giovane non emigrerà nuovamente, e dopo tanti investimenti, lascerà sul terreno ancora un’altra chance non sfruttata per la Sardegna?
Posto che nessuno è indispensabile, ma nel proprio settore, tutti siamo utili a tutti, pongo un esempio nella Pubblica Amministrazione: perché mai un giovane che ha preso un Master in biblioteconomia a Oxford, o a New York, deve ritornare in Sardegna per due anni ‘almeno garantiti’, diciamo (a caso) nel paese di Nurallao, per fare fotocopie con una stampante gracchiante, o chiamare le biblioteche circostanti abituate a lavorare in completa autonomia, che proprio di quella autonomia hanno fatto una ragione della loro sopravvivenza, in un sistema che non è mai stato abituato a legare i fili e figurarsi a fare rete?

Proviamo ad applicare ora questi parametri a tutti i settori, e vediamo che l’autonomia sarda, per puro istinto di sopravvivenza, è davvero incapace di fare rete e promuovere così liberamente le proprie idee, evitando il confronto leale, aperto, non quello fittizio proprio di una finta democrazia, e con esso, quindi, il suo possibile effetto moltiplicatore. Il Sindaco del paese dovrà reperire fondi regionali (perché non internazionali, direttamente dalla EU?), per garantire una sopravvivenza al proprio comune; il professore universitario che non ha un computer nel suo ufficio, dovrà dotarsene per ‘parlare’ con ‘l’esterno’, agevolando l’organizzazione e comunicazione con gli studenti; l’albergatore che ha difficoltà a mandare i messaggi di testo col cellulare o impara o si farà affiancare da chi lo sa fare; il consigliere regionale che non sa mandare o ricevere una mail sul proprio iPhone scintillante dovrà imparare a farlo, certamente prima delle prossime elezioni. L’elenco potrebbe essere lungo, dal dirigente di Provincia del Lavoro che non risponde al telefono per settimane senza rilasciare alcuna comunicazione di servizio, all’addetto telefonico dell’ARST che non conosce, per sua stessa candida ammissione, le coincidenze dei treni con la Ferrovia Statale, che dista fisicamente 100 metri dalla sua. Figurarsi se chiamasse un turista inglese!

In conclusione, non possono più essere accettati in maniera passivistica i tempi biblici secondo la filosofia del ‘qui funziona così’. Se ‘qui funziona così’ l’estate in Sardegna arriva sempre troppo in anticipo, e noi siamo in ritardo: agli occhi degli altri, e di noi stessi. O costruisci durante l’inverno una rete infrastrutturale, di viabilità interna che funzioni, materiale e immateriale, se vuoi fare turismo, altrimenti non sei credibile, né appetibile, neppure quando te la prendi con la Tirrenia. Chi voleva ‘tornare’ in Sardegna a investire tempo e fatica con un progetto, forse non verrà neppure per una vacanza, lasciando il terreno ai lupi della prateria senza più un baluardo, un’idea di sviluppo da valorizzare. Rinuncia (o viene volutamente portato a rinunciare) in nomine del precedente status quo).
Manca un piano per il ritorno. Non si sa se sia voluto o non capito. Comunque sia il nuovo Master indetto alla Facoltà di Alghero con il partenariato di prestigiose Università estere è una mossa che dimostra, sempre, di rispondere a domanda ponendo un altro problema. In pratica per agevolare lo sviluppo ora si portano le Università da fuori, e non più i ragazzi che si sono già formati fuori. Opinabile, ma gli altri? Che fine faranno gli altri, quelli già pronti ai blocchi di partenza?

Di seguito un link a studiosi, ricercatori, professionisti, aspiranti imprenditori (seri), backisti del Master. L’invito è quello di promuovere la cultura della RETE – sapendo che questa funziona non solo nel contatto virtuale, ma perché le persone, dopo, si incontrino veramente, e nasca così una collaborazione reale: http://masterandback.oneminutesite.it/index.html – Internet funziona solo se chi lo sa usare, poi, è disposto ad incontrarsi effettivamente. È un investimento da fare, questo, con lo sforzo della Multidisciplinarietà. Tramite l’applicazione in ogni settore a esigenze concrete del territorio: incontro reale tra talenti e risorse. Solo un lavoro in team, come si è appreso da altre parti, e che qui manca, può far ‘funzionare’ un sistema integrato che mira allo sviluppo della Sardegna. Intendendo per Sardegna l’investimento già fatto con il suo miglior ‘capitale umano’ radicato nel territorio. Se non si chiude il cerchio del Back, del ritorno, dando adito a nuove idee e realtà imprenditoriali formate altrove, insomma, l’intero programma Master and Back, fin dal suo costituirsi, sarà da considerarsi fallimentare. Poiché tutti sanno che non si possono investire, in tempo di crisi, così tante risorse pubbliche senza ricavarne nulla. Ovviamente, non all’infinito.

fonte
http://www.ninocarrus.it/new/index.php/blog/193-il-cambio-di-rotta-del-master-and-back.html


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5 Comments

  1. .Perchè in Sardegna non si riesce a creare posti di lavoro?

    hai mai provato a chiedere ad un impresa perché fallisce o neanche nasce in Sardegna?

    Avrebbe un miliardo di cose da dire ma c’e’ qualcuno che vuole veramente ascoltare ?

  2. Il Master and Back è la chiara dimostrazione che si è in grado di affossare anche le idee migliori!!!

    La consapevolezza di questo ci fa capire che il cambiamento è possibile, può e deve essere messo in atto, per il futuro di oggi e di domani, ma sopratutto, questo cambiamento, è oggi!!!!

    Tanti ragazzi hanno la capacità, la competenza, la voglia, il merito, le idee per rivoltare come un calzino questa Sardegna che annaspa e annega anche in un bicchier d’acqua, figurarsi quando vuol attraversare il mare.

    L’incompetenza della nostra attuale classe dirigente, e politica, è la miglior garanzia che abbiamo ed avremo ragione della mediocrità che ci governa e del dramma nel quale ci hanno tenuto in scacco per decenni, per cui ora ne paghiamo tutti, giovani e meno giovani, le conseguenze.

    Se non parliamo o agiamo adesso, noi saremo tutti complici, e non saremo di certo più credibili, semplicemente perché non avremo più scuse davanti alle domande imploranti dei nostri figli!!

  3. Penso che sia arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti, non più bisogna fare ma “FARE”, studiamo come poter coordinare le azioni per agire, permettendo ai nostri giovani di crearsi il loro futuro mettendo in campo le competenze da loro acquisite e permettere loro di ampliarle sul campo

  4. Anche mio figlio ha fatto il master and back , e poi ha trovato lavoro a Milano e quindi si è dovuto trasferire con tutta la famiglia.Perchè in Sardegna non si riesce a creare posti di lavoro? I politici sono degli inetti , non hanno il coraggio e l’intelligenza di capire che sono i giovani quelli che possono invertire la rotta dell’emigrazione. Abbiamo ospedali, scuole, asili , carceri, senza pannelli fotovoltaici,i trasporti merci via mare che penalizzano i formaggi,i vini, gli ortaggi. Le strutture alberghiere in mano ai continentali, e potrei continuare ,svegliamoci.

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