I cattivi allievi

di Bruno Amoroso*

Sui “cattivi maestri” il giornalismo nostrano si è a lungo esercitato, spesso alimentato dalle penne dei mercenari della politica e del giornalismo.

La denuncia di cento anni di solitudine, la rabbia contro ingiustizie antiche e recenti, contro anni di manipolazione e di retorica sullo sviluppo e la democrazia, contro i massacri di Stato sia dei servizi segreti sia dei nostri eserciti, della quale da sempre si fanno portatori i giovani in Italia come altrove, viene bollata come opera di “cattivi maestri”.

Di cattivi maestri, purtroppo se ne trovano pochi, e quello che li distingue è l’impotenza di fronte alla violenza del potere.

“Cattivi maestri” furono anche Gesù, San Francesco, le migliaia di operatori laici e religiosi che ai drammatici problemi prodotti dai poteri dominanti hanno cercato e cercano di dare risposte piccole e grandi.

Anche oggi, nelle sue frequenti esternazioni non istituzionali, Giorgio Napolitano è tornato a denunciare i “cattivi maestri” che danno voce alla protesta dimenticando i suoi articoli degli anni Ottanta quando denunciava il disastro provocato dalle politiche europee sui nostri sistemi produttivi e nel Mezzogiorno.

Ai “cattivi maestri” appartiene di certo Federico Caffè, che per decenni ha denunciato la violenza del mercato capitalistico, e gli autori di tali violenze che già dagli anni Settanta identificava negli “incappucciati” dell’economia.

Alla retorica della “mano invisibile” contrapponeva la tesi che i mercati e la finanza hanno un nome e un cognome, e come tali vanno identificati e combattuti.

Ma come Gesù, Federico Caffè ha avuto molti discepoli. Servizievoli durante il loro apprendistato, contrariati quando dagli anni Ottanta iniziò a criticare la sinistra e la finanza il che minacciava le loro carriere accademiche, passati poi nel campo opposto dei poteri forti.

Tra questi spicca di certo Mario Draghi.

Nella sua tesi sull’Euro, scritta sotto la guida di Federico Caffè, Mario Draghi dimostrò che l’Euro era una missione impossibile, quindi sbagliata.

Poi il soggiorno di studio negli Stati Uniti – dal quale Caffè cercò invano di farlo desistere invitandolo a rientrare in Italia per occuparsi di “cose serie” – gli cambiò le idee.

Fu reclutato tra i “sicari dell’economia globale” e da allora la sua carriera fulminea alla Banca Mondiale, alla Direzione italiana del Tesoro per privatizzare le banche italiane – con la sapiente consulenza della Goldman Sachs, della Lehman Brothers e dell’UBS, – alla direzione europea della Goldman Sachs, alla Banca d’Italia per garantirsi contro il ritorno di galantuomini come Baffi e Fazio che avevano difeso la lira contro speculatori finanziari e rapinatori della politica, e oggi alla testa della Banca Centrale Europea. E Draghi non è il solo passato dal ruolo invocato da Federico Caffè di “consigliere dei cittadini” a quello vituperato di “consigliere del principe”.

Ma oggi non ci sono “principi” ma Club (Bilderberg, Goldman Sachs, Trilaterale, ecc.) rispetto ai quali le nostre massonerie locali e le famose “P” sulle quali la nostra stampa continua a impegnarsi facendone strumento di distrazione di massa somigliano alle associazioni di condominio.

Possiamo quindi affermare che da ora in poi dovremmo occuparci di più dei “cattivi allievi”, di quanti cercano di battere cassa con la loro omertà e silenzio sui fatti denunciati da Federico Caffè per carriere personali e accademiche. Certò fa piacere vedere che i giornalisti del Corriere della Sera e di la Repubblica riscoprano oggi che Caffè era un valente economista e un galantuomo.

Ma dimenticano di ricordare che dagli anni Settanta, quando ha iniziato a criticare le lobby finanziarie e l’ignoranza della sinistra italiana, i suoi libri venivano pubblicati solo da piccole case editrici, spesso cattoliche, e che l’unico giornale che gli dava accesso era il Manifesto.

Nell’epoca dei governi tecnici (Anni Novanta in poi) il suo nome, insieme a quello degli altri “innominabili” del mondo accademico (Augusto Graziani e Paolo Sylos Labini) non fu mai fatto. Ma quelli erano anche gli anni in cui i suoi “cattivi allievi” avevano iniziato la scalata al potere.

Fonte: Il Manifesto, 23.5.2012

Articolo ripreso da Megachip il 25.5.2012

Centro Studi Federico Caffè


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