Il grande assente: la qualità della vita

di Stefano Bartolini*

La mia tesi in breve è la seguente: il grande assente dalla comunicazione politica della sinistra europea è la qualità della vita. Cavalcare questi temi può consentirle di allargare di molto il suo bacino di consenso.

Mi spiego meglio. In Europa secondo me una maggioranza relativa di cittadini potrebbe convergere su progetti di promozione della qualità della vita. Praticamente in tutti i paesi. Credo che emergeranno nuovi partiti politici su questi temi, probabilmente come risultato della nascita di movimenti. Ci vorrà un bel po’ di tempo.

Vedo più difficile la penetrazione di questi temi nelle formazioni tradizionali della sinistra europea, che avrebbe il vantaggio di accorciare i tempi. Il motivo è culturale. La sinistra tradizionale ha l’imprinting di occuparsi della difesa dei più deboli e lo fa, com’è noto, con varie colorazioni, che vanno dal rosso acceso al rosina pallido pallido. Ma l’imprinting rimane quello e il messaggio ha perso via via di fascino, in una situazione in cui strati sempre più ampi della popolazione si sono convinti di avere qualche privilegio – più o meno piccolo – da difendere. Ultimamente c’è una ripresa di appeal del messaggio della protezione degli svantaggiati a causa della crisi economica che ha ridotto le schiere di coloro che pensano di godere di privilegi. Insomma il recinto della sinistra si è allargato, ma rimane sempre un recinto.

I temi della qualità della vita consentono di uscirne perchè riguardano tutti e non solo i più deboli. È per questo che non sono un pilastro del discorso tradizionale della sinistra. Naturalmente ci sono delle eccezioni, la più nobile delle quali è in Italia Berlinguer secondo me. Anche tra i socialisti ci sono stati personaggi di spicco sensibili a questo tema, tipo Lombardi o Ruffolo. Ma si tratta appunto di eccezioni.

Chi raccoglierà la bandiera della qualità della vita è destinato secondo me a grandi successi. Non si tratta di sostituire i temi tradizionali ma di affiancarli con decisione con temi che riguardano tutti o quasi. Questo può catturare il consenso di milioni di mamme preoccupate perchè i loro figli sono schiacciati dai compiti a casa o di milioni persone preoccupate per i loro quartieri sempre più invivibili, lo stress da lavoro, la gente sempre più incarognita, il cibo sempre più avvelenato.

Tra le parole d’ordine della sinistra dovremo includere: qualità urbana, qualità delle relazioni umane, qualità del lavoro, qualità dei media, qualità dell’ambiente, qualità del cibo, e anche qualità della democrazia. Si tratta di proporre di uscire dalla crisi con un cambiamento della nostra organizzazione sociale chiarendo che quella attuale, esclusivamente votata al consumo e al lavoro, produce un deserto culturale, sociale, relazionale, umano e ambientale. Una società votata esclusivamente al lavoro e al consumo crea problemi a quasi tutti. Non ci sono vincenti e perdenti in questo tipo di società. C’è solo chi perde di più e chi perde di meno. Faccio notare l’enorme presa che lo spostamento del dibattito politico su questi temi potrebbe avere sull’elettorato femminile. In un certo senso quello che propongo è un tentativo di declinare al femminile l’organizzazione sociale.

Conosco l’obiezione. Difficile cavalcare questi temi in un momento di recessione e disoccupazione dilagante perchè il consumismo crea posti di lavoro. Qualunque scelta sociale che conduca a un contenimento del consumo produce infatti un aumento della disoccupazione. Questa obiezione è basata sulla visione tradizionale del consumismo come un fattore positivo dal punto di vista dell’occupazione: più consumo vuol dire più vendite da parte delle imprese e quindi più posti di lavoro.

Questo argomento può essere ribaltato: il consumismo può produrre più disoccupati della società relazionale. Mi spiego. I disoccupati sono coloro che cercano un lavoro e non lo trovano. Il loro numero dipende quindi da altri due numeri: quello delle persone che cercano un lavoro e quello dei posti di lavoro esistenti. La disoccupazione può diminuire se aumenta il numero dei posti di lavoro e/o se diminuisce il numero di persone che cercano un lavoro.

Il problema è: quanto pesa la necessità di raggiungere un certo standard dei consumi nelle decisioni che le famiglie prendono su quanto lavoro cercare e accettare? La risposta è molto. Le decisioni delle famiglie che riguardano quanti membri della famiglia vogliono un lavoro e se lo vogliono a tempo pieno o parziale sono condizionate dalle loro necessità di spesa. L’altra faccia della medaglia di un mondo di gente che vuole consumare molto è un mondo di gente che deve lavorare molto.

Per questo la scelta di privilegiare il consumo come mezzo per alleviare la disoccupazione non funziona. Questa scelta punta tutto sull’aumento dei posti di lavoro trascurando il fatto che il consumismo ha anche un effetto negativo sulla disoccupazione: aumenta il numero di persone che cercano un lavoro e il numero di ore che esse sono disposte a lavorare. Il motivo è che il consumismo crea bisogno di denaro. Mentre aumenta i posti di lavoro aumenta anche il bisogno della gente di lavorare.

Bisogna invece fermare il circolo vizioso dello spendi-di-più – lavora-di-più. Puntare sulla qualità della vita è il modo di fermarlo. Come ho argomentato nel mio libro (Manifesto per la Felicità, Come Passare dalla Società del Ben-Avere a quella del Ben-Essere) un aumento della qualità della vita consente da un lato di invertire quel degrado per difenderci dal quale siamo costretti a spendere e da un altro produrre una cultura che ci consenta di superare l’illusione che comprare sia la soluzione a gran parte dei nostri problemi.

I temi della qualità della vita sono una grande occasione anche per parlare di diseguaglianza. Non solo economica ma di qualità della vita. Dovremmo promuovere l’eguaglianza della qualità della vita, oltre a cercare di elevarla per tutti. È un compito che dovrebbe essere affiancato alla riduzione della diseguaglianza economica ma è più facile da perseguire perchè la qualità della vita ha largamente la natura di bene comune e quindi è più facile promuoverla per tutti.

Nessuna sorpresa dunque che la destra stia imponendo le proprie ricette in Europa. Finchè la sinistra ha proposte deboli, difensive e “recintate” continuerà così. Stiamo perdendo una gigantesca occasione di imporre temi al dibattito pubblico e alle agende politiche, stiamo lasciando questo compito alla destra.

17 maggio 2012

Università di Siena – Membro del Consiglio scientifico di Alternativa.

Fonte: Megachip


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