LA DITTATURA DELLA DELEGITTIMAZIONE

Uno come Grillo a volte può dar fastidio. Nei toni e nella dialettica, nel modo spesso violento di esprimere contenuti forti e di cui quasi nessuno ha il coraggio di parlare. Ad essere sinceri, per chi ha una visione moderata e meno ‘traumatica’ della politica e del modo dell’interagire sociale, un approccio simile può apparire esagerato. Tuttavia, probabilmente, anche quanti amano definirsi ‘moderati’, gli ‘schizzinosi’, fanno finta di non aver compreso che è ora di cambiare le cose anche attraverso il modo di reagire, abbandonando il conformismo generalizzato e indotto. E’ arrivato il momento di ’indignarsi’ fermamente di fronte a quanto sta accadendo, di arrabbiarsi contro chi continua a raccontare ‘bugie’ o ‘mezze verità’ al fine di mantenere un ordine che si sta sgretolando sotto i colpi dell’avidità, dell’egoismo e della resistenza al cambiamento. Lo sdegno, sia chiaro, non può – e non deve – manifestarsi con la violenza, con la sopraffazione e l’offesa nei confronti di altri individui, trattandosi di scelte altrettanto conformiste e ben più pericolose. Indignarsi dovrebbe essere inteso come insofferenza verso l’accettazione di un’unica visione del mondo, così come ci viene presentata da una strategia di controllo mediatico e culturale ormai diffusa e consolidata da tempo. L’obiettivo è di stimolare, in un momento forse unico e irripetibile nel nostro Paese per le stesse condizioni storiche che lo hanno generato, una riflessione autenticamente anti-conformista.
In queste settimane convulse e un po’ ‘nervose’ si notano i primi segnali di una nuova fase, di qualcosa che, se paragonato a quanto abbiamo vissuto negli ultimi anni, assomiglia a un primo vero cambiamento di rotta. Così come accadde all’epoca di Tangentopoli, tuttavia, le nuove spinte moralizzatrici appaiono quasi come quelle operazioni di marketing – da parte del solito sistema di potere – per rifarsi il trucco, per riciclarsi, che come il risultato di una consapevole presa di coscienza. Affiorano quindi nuovi nemici da affrontare: la vecchia classe politica, le diverse categorie sociali che si ritrovano le une contro le altre (ricchi contro poveri, giovani contro pensionati, le varie corporazioni etc.) per colpe che ciascuno ha voluto attribuire all’altro. Emergono ‘nuove’ identità da inventarsi e da far indossare alla massa, spesso sottoforma di slogan più o meno rivoluzionari. Allora il conformismo come descrizione della realtà riprende piede, ma in un’altra direzione: i registi sono sempre gli stessi, gli attori anche. Cambia soltanto la forma della rappresentazione. Devi decidere, dunque, se stare di qua o di là, con quale etichetta farti catalogare, in che modo farti annullare in questa “paralisi mentale indotta”, perché per sentirti al sicuro devi pur scegliere un posto in cui stare.
L’aver citato Grillo, in realtà, serve per spiegare come sia facile creare le condizioni per il conformismo intollerante e per la delegittimazione dell’altrui visione del mondo, delle opinioni e finanche del modo di esprimerle. Se, come sostiene il comico genovese – anche se per molti le tematiche che ormai affronta da anni non sono più tanto comiche – affermare che bisogna capire le origini della violenza, oltre che condannarla, è rivoluzionario, come è avvenuto per Equitalia”, allora in questo Paese ogni speranza di rinascita sembra davvero una chimera. Il mainstream mediatico sostiene un modo sempre più inquietante di fare informazione, tanto da una parte (politica) che dall’altra. Il caso Grillo, ancora una volta, conferma che l’informazione è terrorizzata “che gli italiani possano uscire dal recinto dove sono stati rinchiusi”, dimostra che o ti conformi o sei un delinquente, o ti adegui al senso comune, al suo linguaggio diffuso oppure sei un ‘talebano’, uno squilibrato, un traditore. Sembra che nemmeno più la lingua – le singole parole – abbia un valore condiviso in questa Italia ormai impazzita, dove ognuno può dare la propria lettura non solo degli eventi e dei fatti che li contraddistinguono, ma anche delle frasi, dei termini che si utilizzano. Pare quasi che non ci si capisca più l’un l’altro, si possono dare interpretazioni personali su ogni singola dichiarazione, su una frase e poi commentare sulla base di quell’unica visione. Il meccanismo del ‘qualunquismo delegittimista’ mi fa molto più paura di una eventuale pur catastrofica caduta dell’euro o del rischio default nel nostro Paese o nell’Europa intera. L’odiosa abitudine della maggior parte dei media italiani ad attaccare qualcuno, con toni scandalistici, accusandolo di aver rilasciato dichiarazioni “shock” o di aver detto qualcosa di terribile – anche quando si tratta di semplici e coraggiose dimostrazioni di non voler uniformarsi al modello dominante – non è forse il sintomo preoccupante di una deriva verso il ‘pensiero unico’? Il rischio, questa volta, è che un tale modello sia avallato non da un’unica parte o ‘folcloristicamente’ da un singolo sottosegretario o ministro o leader di partito, ma da un’intera classe dirigente (che, per inteso, non è solo quella politica, ma riguarda tutte le forme del potere) e da gran parte della società civile che la sostiene e che fa finta di non comprenderne i disegni di restaurazione. Non vorrei usare toni esageratamente pessimistici – e per questo essere trattato come un pericoloso ‘delinquente’ a mia volta – ma, se il clima in Italia continuasse ad essere questo, esprimere un’opinione diversa da quella della maggioranza – di destra o di sinistra non ha importanza – attraverso i giornali, la televisione, Internet etc, potrebbe diventare rischioso. Chi, come Grillo, paragona l’Italia di oggi a quella di Piazzale Loreto usa certo espressioni radicali e (intenzionalmente) d’effetto, ma adottare una strategia da ‘caccia alle streghe’ quando si denuncia, in maniera coraggiosa, qualcosa che gli altri non dicono, mi sembra altrettanto incosciente.
di Dafni Ruscetta

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