Il Bene Comune siamo noi

di Dafni Ruscetta.

Articolo già pubblicato nel dicembre 2010 su Rosa Rossa online e ripreso poi da Megachip.

Alcuni giorni fa ho partecipato a una tavola rotonda tenutasi in occasione di un convegno sul ‘bene comune’, organizzato in provincia di Cagliari da alcuni giovani di un movimento civico locale. Negli ultimi tempi si sente parlare spesso di bene comune, a mio avviso concentrandosi sulla sola accezione politica e tralasciando una visione più ampia e profonda del termine. Per questo ho scelto, nel mio intervento di apertura del convegno, di definire il bene comune da un punto di vista socio-culturale, anche perché ero certo che il tema politico sarebbe stato esaurientemente affrontato dagli altri relatori della serata. Inoltre continuo a credere che, in una situazione di crisi di valori e di legittimità morale di tutto il sistema politico, andare alla radice del problema culturale – non soffermandosi sul solo dato istituzionale – sia di fondamentale importanza.

Eppure, la tendenza di questi tempi è quasi sempre quella di concepire il bene comune in termini di gestione della cosa pubblica da parte di amministratori locali o nazionali, da parte del governo, delle regioni, delle province, dei comuni o, perché no, anche da parte di un semplice condominio. L’argomento del bene comune, invece, visto da una prospettiva più ampia, non può prescindere dagli aspetti culturali di tutta una società, dai valori e dalle abitudini quotidiane dei suoi membri appunto. Il cambiamento, questo è il punto decisivo della questione, non avverrà a partire dalla politica, ma dalla società civile, che è composta da singoli individui.

Se non comprendiamo questo continueremo, negli anni, ad assistere al cambiamento di facciata, che somiglia più ad una moda che a una nuova vera presa di coscienza. Per prima cosa, infatti, il bene comune ha bisogno di essere compreso nella sua accezione più ampia, per poi essere sperimentato, conosciuto non con i soli strumenti intellettuali. Una nuova dimensione culturale del bene comune deve essere vissuta quotidianamente, perché non è più sufficiente raccontare e ‘raccontarsi’ cosa esso rappresenti a parole, non basta sapere – o credere di sapere, talvolta anche con un po’ di presunzione – cosa sia il bene comune.

Una volta che un concetto, un valore morale comune è condiviso dai singoli individui e poi dalla società, occorre poi essere in grado di applicare tali regole, è necessario farle proprie, incorporarle nelle abitudini quotidiane. E’ un processo ‘educativo’ al buon senso comune che richiede tempo, risorse, buona volontà e, soprattutto, molta umiltà.

Faccio degli esempi concreti per meglio comprendere la necessità di una trasformazione più profonda del tessuto socio-culturale, per cui non basta prendersela con una sola categoria, quella della politica. Questo è il Paese dei ‘furbi’ in cui, se ti trovi al supermercato e stai facendo la fila alla cassa per pagare, quando apre una nuova postazione ti aspetti che chi ti sta davanti si sposti verso la cassa che apre; invece è assai verosimile assistere al processo inverso, di chi, dietro di te, si precipita – o si azzuffa – per passare dall’altra parte al fine di evitare la coda e aspettare il proprio turno in maniera civile.

Questo è anche il Paese in cui, se stai cercando un parcheggio in centro da un’ora e improvvisamente lo trovi dopo tante ricerche e stress, metti la freccia, innesti la retromarcia e qualcuno, che nel frattempo è arrivato da dietro, te lo ha già occupato, senza intenzione alcuna di rinunciare a quel parcheggio, a meno di contendertelo a schiaffi e insulti. Esempi di questo tipo ce ne sarebbero molti altri, dimostrazioni di quella che sembra piuttosto la cultura del ‘non bene comune’, ahimè molto diffusa in Italia e non solo in politica, come gli esempi appena citati evidenziano.

Capite perché non basta più che Andrea, Angela, Graziella, Omar, Antonio etc. (per fare degli esempi), giovani pur dalle facce pulite e volenterose, affermino di sapere cosa sia il bene comune? Quello che è rilevante, piuttosto, è che queste nuove forze – e ciò vale anche per i meno giovani – abbiano una reale e pratica consapevolezza delle dinamiche con cui si realizza il bene comune nella vita di tutti i giorni, delle piccole azioni quotidiane che rendono il vivere insieme una delle azioni più importanti all’interno di una comunità. Queste dinamiche, come ricordavo poc’anzi, occorre abituarsi a metterle in pratica con umiltà, con l’approccio di chi vuole incorporare una sana abitudine e, per farlo, si esercita ogni giorno per familiarizzare con quella pratica. Se questo atteggiamento non fosse compreso, nutrirei ben poche speranze che i giovani Andrea, Angela, Graziella, Omar e Antonio possano un giorno fare meglio dei loro predecessori in politica.

Poco più di un anno fa sono stato testimone di una delle più belle esperienze di bene comune mai messe in atto in nessuna altra parte del mondo nella nostra epoca storica: ho vissuto per una anno in Danimarca, a Copenhagen. Qui il concetto di ‘cohesive power’ – la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine ‘identità nazionale’ – è diventato uno dei cavalli di battaglia dei vari governi nazionali – socialdemocratici o conservatori, di destra o di sinistra. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni hanno riscontrato, infatti, che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca interna; questo sentimento condiviso facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune.
Il bene comune siamo noi, il nostro modo di agire e reagire nei confronti delle altre persone, la nostra visione del mondo, il senso di rispetto e di solidarietà verso i più deboli, la voglia di ascoltare le voci di tutti – che non vuol dire necessariamente accettare tutti i consigli – e di porsi in confronto con il resto del mondo (destra, sinistra, neri, bianchi, ricchi, meno ricchi etc.), il rispetto e la valorizzazione del patrimonio ambientale con il quale viviamo e con cui vorremmo che convivessero anche le generazioni future, che sono i nostri figli.

Proviamo, dunque, a pensare al bene comune come a qualcosa che non appartiene solo alla politica ma alla società intera – di cui la politica è, in fondo, conseguenza – il bene comune è, prima di tutto, la cultura del rispetto reciproco, della condivisione, una nuova attitudine mentale che tutti dovremmo imparare, non solo come puro esercizio intellettuale, bensì come pratica quotidiana.


Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*