‘Indignados’ e vivi

Nel clima di grande stanchezza e indignazione che si è creato in Italia, comincia ad avvertirsi una brezza di rinnovamento che produce senso di eccitazione collettiva, segnali della fine di un’era disastrosa che ha demolito il tessuto sociale, economico e culturale del Paese, da ricostruire sulle macerie di un’economia devastata dalla speculazione finanziaria e dalla corruzione. Una tale situazione non può, di conseguenza, che generare forti spinte emotive collettive le quali, spesso, si traducono in necessità di trasformare queste energie in azione, nel tentativo di contribuire con le proprie mani – e con il cuore – ad un futuro che somigli di più allo spirito comune del nostro tempo. In molti non sentono più quel legame vitale con il proprio ambiente e l’assenza di questa sostenibilità ‘socio-ambientale’ crea sfiducia e senso di spaesamento, perché tutte le sovrastrutture esistenti un tempo per affermare il bene della comunità – le ideologie, le religioni, i partiti politici e le istituzioni, persino i sindacati – sono diventate obsolete, dimostrando la loro inadeguatezza nell’adattarsi alle esigenze del periodo storico. Le speranze del cambiamento, dunque, non possono che rivolgersi ad un futuro più sostenibile, più equo, tollerante, solidale, meritocratico.

La narrazione della società italiana attuale non è più la nostra narrazione, quella dei numerosi talenti ‘bruciati’ e dissipati dall’immobilismo autoreferenziale del sistema sociale e politico italiano, dalla sua classe dirigente, di destra e di sinistra. È giunto il momento di cominciare a scrivere delle pagine nuove della storia, non solo della macrostoria, di questo Paese; è l’ora del cambiamento non soltanto a livello politico, ma soprattutto sociale, culturale, a partire dai micro-settori della vita quotidiana e occorre, per questo, un grande sforzo. Molti di noi sono consapevoli di essere ancora ‘vivi’, anche se ci hanno voluto far credere ‘morti’ nella passività del qualunquismo generalizzato, della cultura dell’apparire, del piacere e del piacersi/auto-compiacersi, del farsi riconoscere, dello sviluppo illimitato e dell’ingenuo fanatismo consumistico, sorretto – ancora una volta – da una costante e pericolosa falsificazione mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo, per modificarne la dimensione culturale e antropologica.

Questa volta la metamorfosi andrebbe indirizzata in una nuova direzione, rivolgendosi anzitutto alla società nel suo complesso, affinché non si ripeta una semplice ‘riconversione’ storica dei soliti poteri che gestiscono ambiguamente l’opinione pubblica e le strategie decisionali tanto a livello politico quanto economico, influenzando inoltre la sfera socio-culturale e il clima di condivisione-convivenza che ne deriva.

La continua ricerca di un leader carismatico, d’altra parte, appare come un vizio culturale nazionale, tanto a destra quanto a sinistra. Ci si precipita sfrenatamente verso il nuovo, spinti da un crescente senso di insufficienza, di insoddisfazione, di irrequietezza, vivendo ormai solo di promesse. Ma iI bene comune non è affare di un unico esponente, si ottiene con la condivisione di intenti, di valori, azioni a favore di tutti e non di singole lobby, gruppi di potere e interessi personali. Un tale atteggiamento – permettetemi di andare ancora oltre – è possibile solo grazie a una presa di coscienza prima individuale e poi collettiva. Le grandi responsabilità possono essere assunte solo da individui preparati a scomporre i segni che vengono proposti ogni giorno sottoforma di messaggi pubblicitari, slogan televisivi o informazioni in generale, da coloro in grado prima di individuare e poi di interpretare le menzogne e le astuzie del potere fine a se stesso. Una persona che possegga una tale formazione aperta ai reali problemi del nostro tempo – il che richiede adeguati strumenti culturali, psichici e persino filosofici – non ha paura delle diversità, non teme di scalfire le proprie certezze, le abitudini inveterate.

Diversi individui con queste caratteristiche rappresenterebbero la vera essenza di un nuovo umanesimo, nonché di una democrazia a livello politico e organizzativo. Ecco perché una maggiore consapevolezza di se stessi, un’’identità personale’ consolidata e fortemente soggettiva, è la premessa indispensabile per una società migliore.

Continuare a proclamare che Berlusconi rappresenti l’unica causa dei vizi italiani corrisponde a un atteggiamento per lo meno ipocrita. La semplice uscita di scena dell’attuale premier – benché auspicabile, sia chiaro – non gioverebbe per la ‘guarigione’ della nostra società nel lungo periodo, così come Tangentopoli e la fine della prima Repubblica (con l’«esilio» dell’allora Primo Ministro) non furono risolutivi perché non andarono alla radice della malattia. Per questo, a mio avviso, occorre abbandonare gli attuali ‘conformismi’ culturali, per non rischiare di essere nuovamente esposti al contagio della malattia per il solo fatto di ritenersi immuni.

L’inevitabile fine dell’era Berlusconi, nei prossimi mesi/anni, avrà davvero un effetto di trasformazione in Italia, così come vogliono farci credere questi artefici della pseudo-rivoluzione, del rinnovamento? Oppure avranno la meglio i nuovi conformisti che, spesso, pretendono di avere gli strumenti appropriati per un’analisi corretta della realtà e che continueranno a parlare di cariche di partito, che seguiteranno a privilegiare gli interessi dei pochi, delle lobby del potere amministrativo, burocratico, universitario, giornalistico-mediatico, sanitario e scientifico, giudiziario, sindacalista, ecclesiastico, associazionistico, etc. E’ ancora questa l’Italia che ci aspetta nella prossima ed imminente era?

Da un punto di vista pratico e operativo un ipotetico cambiamento, in prima analisi, potrebbe conseguirsi con il superamento della dicotomia delle categorie di destra e di sinistra. Quanti sono, ad oggi, a parlare di una simile prospettiva e a metterla in atto, quasi introducendo una vera rivoluzione culturale? In quanti hanno il coraggio di camminare in una simile direzione di ricostruzione, di solidarietà sociale, così come avvenne alla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Nella società civile, come accennato in precedenza, sono in molti ad aver compreso che il bene comune si ottiene con lo sforzo e con la collaborazione di tutti, senza grandi conflitti legati all’identità politica o culturale. Nella classe dirigente invece, soprattutto in quella politica, la contrapposizione ideologica tra destra e sinistra è ancora netta, le rare e anomale alleanze di partito tra opposte correnti esprimono più la confusione d’intenti che un reale interesse a collaborare per il bene comune. Tuttavia, occorre almeno riconoscere che gli unici esempi, nell’attuale scenario politico italiano, che abbiano adottato una simile strategia di superamento di quella divisione sono rappresentati dai movimenti che fanno capo a Beppe Grillo e a Giulietto Chiesa. Non a caso, infatti, questi sono tra i personaggi meno considerati, se non addirittura denigrati, dal mainstream mediatico e dal mondo politico ‘tradizionale’, che continua ad accusarli di antipolitica e catastrofismo. Ma cosa c’è di più antipolitico e catastrofico della politica degli ultimi vent’anni in Italia? Recentemente, poi, e ipocritamente, la stessa classe dirigente che li ridicolizza e li accusa dei vizi peggiori, li imita negli slogan che da anni contraddistinguono le loro battaglie. Occorrerebbe minor presunzione nel credere – spesso per comodità o per paura – che non esistano valide alternative all’attuale sistema, maggiore coraggio per non sconfessare tutte quelle possibili soluzioni che propongono nuovi e più incisivi modelli di cambiamento politico e sociale, o semplicemente stili di vita più sostenibili da un punto di vista economico e ambientale.

Ecco che emerge una nuova dimensione della politica, quella dell’’umiltà’ che, da un punto di vista applicativo, potrebbe anzitutto manifestarsi attraverso le candidature di persone realmente nuove alle varie istituzioni del Paese. La novità, infatti, non sta nel presentare i personaggi più visibili e familiari da un punto di vista televisivo-mediatico, né i giovani figli, parenti o amici dei clientelismi vari, quanto piuttosto nel ribaltare tale tendenza, investendo soprattutto in persone ‘pulite’. Questo, me ne rendo conto, continua ad essere un tabù, soprattutto per chi è abituato a pensare con le etichette di ‘destra’ e di ‘sinistra’ e sa riconoscere solo nelle gerarchie di partito l’opportunità di accedere alla gestione dell’interesse comune. In questa fase, dunque, occorre anzitutto responsabilità, è necessario dedicarsi all’azione, anche politica, per avviare la trasformazione, abbandonando le logiche di interesse e di rivalità contrassegnate da ideologie di destra o di sinistra, del giusto o sbagliato, la logica delle etichette appunto o delle precedenze di casta.

Dafni Ruscetta

Estratto di un articolo dello stesso autore pubblicato in precedenza sulla rivista Cometa online.


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