I nuovi linguaggi della ‘rivoluzione’

Dopo aver letto e in larga parte condiviso l’interessante analisi di Emanuela Corda in merito al fenomeno Grillo e alla ‘rivoluzione’ che esso rappresenta, colgo l’occasione per aggiungere alcune riflessioni personali.
In Sardegna, ma in tutto il paese a dire il vero, cominciano a mostrarsi i segnali della fine di un’era che ha smantellato il tessuto sociale, economico e culturale italiano. Dall’altra parte del Mediterraneo si annuncia una nuova stagione, portando con sé i semi di una prevedibile rinascita anche da questa parte del Mare Nostrum.
Pur non sempre condividendo le scelte o i modi di Grillo nel sostenere alcune istanze in maniera così radicale, non si può non coglierne l’aspetto di autentica rottura con gli schemi attuali e del passato. Spesso, con l’unico intento di screditare e categorizzare in maniera negativa un modo nuovo e ‘pericoloso’ di fare politica, si definisce Grillo come ‘antipolitico’, dimenticando che da almeno dieci anni a questa parte egli propone credibili e alternative soluzioni di cambiamento, assai più ‘politiche’ e sensate rispetto a quelle proposte da chi lo accusa di essere antipolitico. Oppure c’è chi, in maniera quasi derisoria, lo definisce ancora un ‘comico’, anche in questo caso omettendo che le soluzioni che egli propone, ad esempio in materia di ambiente, appaiono molto più ‘serie’ rispetto a quelle offerte da altri politici di professione e amministratori che si atteggiano a depositari di verità uniche e di soluzioni alternative.
Concordo dunque con Emanuela Corda quando dice che Grillo ‘siamo noi’. O, per dirla alla maniera di Birgitta Jonsdottir (giovane membro del Parlamento islandese e del ‘Citizen’s Movement’) “il XXI secolo, sarà il secolo di tutti noi, gente normale, il nostro secolo, il vostro secolo, il secolo di tutti”. Occorre pertanto riconoscere a Grillo di aver portato anzitutto una ventata di pragmatismo nel panorama politico italiano, rappresentando un mezzo per incanalare nuove forze verso una radicale trasformazione dei rapporti interni al sistema politico, verso una nuova concezione del fare per il bene comune e non per il solo interesse personale o di casta. Per troppo tempo la politica in questo paese è stata – ed è tuttora – prerogativa di pochi privilegiati, di chi ha potuto – con il sostegno di mezzi finanziari e dei soliti poteri forti – farsi portavoce di una ristretta minoranza della popolazione, di quelle lobby che continuano a mascherare i propri affari con gli interessi di tutti.
Il Movimento 5 Stelle è un’opportunità di cambiamento. Non illudiamoci – e non cadiamo nella facile tentazione di voler convincere a tutti i costi anche gli altri – che sia l’unica possibilità. Ma le opportunità esistenti vanno colte adesso, o si cambia o tutto rimarrà uguale, le mezze misure non porteranno da nessuna parte. Possiamo ragionevolmente sperare, forse per la prima volta dopo diversi decenni, di vivere un momento cruciale della nostra storia. E’ forte la necessità di trasformare queste energie in azione, nel tentativo di contribuire pacificamente con le proprie mani – e con il cuore, non soltanto con la ragione – ad un futuro che somigli di più allo spirito comune del nostro tempo, alla cultura di cui siamo tutti espressione e parte viva.
Il Movimento 5 Stelle, il cui ispiratore Beppe Grillo è stato in grado di realizzare un sistema che già compete – seppure non ancora ad armi pari – con i partiti tradizionali, è una realtà ormai. E stupisce notare come in molti continuino a ignorare l’importanza del fenomeno, tanto da voler evitare qualsiasi dialogo serio con chi è stato eletto sotto quel simbolo. Abbiamo invece bisogno di una nuova politica, che sappia anche riconoscere l’avversario, senza aggredirlo con violenza oppure, all’opposto, cooptarlo, come spesso avviene in Italia e in Sardegna. In questo senso, i partiti tradizionali dovranno anch’essi inevitabilmente iniziare a coinvolgere al loro interno personalità della società che potranno modificarne radicalmente i rapporti, ancora troppo chiusi e oligarchici.

Le giovani generazioni appaiono ormai disilluse – se non arrabbiate – non solo per l’inaffidabilità dell’attuale classe dirigente ma anche nei confronti del mainstream mediatico che la sorregge ed alimenta con gli stessi codici di comunicazione. Questa incoerenza nel panorama mediatico, in particolare, mette a rischio la possibilità di poter parlare ai giovani, coloro i quali hanno per lo più maturato logiche diverse della relazione socio-politica – sia per la formazione che hanno ricevuto, sia per un naturale ripiegamento verso forme di interazione più conciliative. Inoltre le nuove generazioni hanno sviluppato grandi capacità comunicative, sono in grado di andare a reperire informazioni di qualsiasi genere e, verosimilmente, hanno anche imparato ad elaborarle quelle informazioni, sanno come mettere insieme più pezzi di un mosaico variopinto, benché disarticolato. Il loro mancato ascolto rappresenta la vera grande debolezza dei media italiani in generale, che continuano a perdere lettori ogni giorno.
Colpisce constatare, infatti, che quasi tutte le reazioni di protesta avvenute nei paesi del Mediterraneo in questi mesi, siano state guidate, per lo più spontaneamente, da giovani e che abbiano avuto come comun denominatore non il sostegno o la spinta dei media tradizionali che, anzi colpevolmente, li hanno a lungo ignorati. Il mondo sta cambiando, perché questi ragazzi sono in grado di farsi sentire perché, anzitutto, sono loro i primi ad aver capito che il mondo è cambiato, che il senso di appartenenza ad un nuovo paradigma culturale è superiore, perché li fa sentire globalmente uniti e diversi, da Madrid al Cairo, da Cagliari a Istanbul e così via. E questo nuovo modello si esprime principalmente attraverso linguaggi alternativi, che la classe dirigente si ostina a non voler comprendere: quelli della tecnologia in primo luogo, ma anche della solidarietà, di una maggiore equità sociale e di una democrazia realmente partecipativa. Gli stessi linguaggi che un ‘comico’ genovese ha imparato ad utilizzare per parlare a persone nuove, uomini e donne che saranno in grado di realizzare il cambiamento.


3 Comments

  1. La cosa più difficile è passar dalla protesta, anche la più irriverente e sferzante, alla proposta politica e alla costruzione di una organizzazione che traduca in atti le issues del Movimento 5 Stelle, oggi ancora (almeno in Sardegna) allo stato dell'”urlo”. Per esempio, qual’è la posizione del Movimento sulla riforma istituzionale della Regione e del complesso della Pubblica Amministrazione Locale Sarda? qual’è l’atteggiamento verso la magmatica galassia neo-indipendentista? Io per esempio, gradirei un pronunciamento chiaro e secco sul NO, ad ogni ipotesi neo-indipendentista e “sovranista”, come oggi si dice. Aspetto che il Movimento ci conceda occasioni per discutere di (anche) tutto questo.

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